Regione
27 marzo 2007
Conferenza regionale di organizzazione del Friuli Venezia Giulia
La Relazione del Segretario Regionale Giulio Lauri
“La conferenza di organizzazione rappresenta un evento centrale nel processo di rinnovamento politico e culturale del PRC. Noi la viviamo come una sfida per una uscita da sinistra, quindi nella direzione del conflitto e della partecipazione, dalla crisi della politica, sia nel suo aspetto di passivizzazione che in quello di regressione in una cultura reazionaria di massa.”
In questo passaggio iniziale del documento della Conferenza nazionale di organizzazione sono sintetizzati gli obiettivi della discussione che ha impegnato i circoli e le federazioni di Rifondazione Comunista nel corso degli ultimi due mesi.
PARTITO DELLA RIFONDAZIONE COMUNISTA - SINISTRA EUROPEA
CONFERENZA REGIONALE DI ORGANIZZAZIONE DEL FRIULI VENEZIA GIULIA
Gorizia, 17 e 18 marzo 2007
Relazione introduttiva
“La conferenza di organizzazione rappresenta un evento centrale nel processo di rinnovamento politico e culturale del PRC. Noi la viviamo come una sfida per una uscita da sinistra, quindi nella direzione del conflitto e della partecipazione, dalla crisi della politica, sia nel suo aspetto di passivizzazione che in quello di regressione in una cultura reazionaria di massa.”
In questo passaggio iniziale del documento della Conferenza nazionale di organizzazione sono sintetizzati gli obiettivi della discussione che ha impegnato i circoli e le federazioni di Rifondazione Comunista nel corso degli ultimi due mesi. La crisi della politica e quella della forma partito. La necessità di un cambiamento del nostro agire politico. L’autonomia del PRC. Il rapporto con i movimenti. La questione del governo. La sinistra di alternativa e la proposta della Sinistra Europea. Sono questi i temi che caratterizzano la nostra discussione. Faremo una buona conferenza di organizzazione se sapremo analizzare questi temi nei loro aspetti generali per calarli poi nella realtà del PRC di questa regione. Un territorio caratterizzato peraltro da profonde specificità per collocazione geografica, storia, composizione demografica, culturale, sociale ed economica.
La Conferenza di Organizzazione è chiamata a pronunciarsi su questioni dirimenti. Si tratta innanzitutto di rilanciare la capacità del partito, in tutte le sue articolazioni, di fare società. In Italia nonostante cinque anni di governo di delle destre, nella loro versione populista e liberista rappresentata dal Governo Berlusconi, i rapporti di forza si sono modificati ma non invertiti. La lunga stagione dei movimenti ha contribuito in modo determinante alla cacciata di Berlusconi e a produrre un cambiamento sul terreno della politica ma non è riuscita a creare un nuovo blocco sociale capace di opporre alle politiche neoliberiste una alternativa politica radicale. Il risultato delle elezioni politiche sta lì a dimostrarlo, sia nell’esiguità dello scarto fra le due coalizioni, sia nel profilo politico del governo che ne è scaturito. Ma neanche nei territori in cui si sono sperimentate nuove e diverse esperienze di governo locale da parte di coalizioni di centrosinistra, nonostante il conseguimento di alcuni risultati positivi, si è prodotta una percezione della possibilità di una vera alternativa alle politiche delle destre tale da produrre un diverso risultato elettorale alle elezioni politiche.
Sarebbe dunque un errore pensare di potere avviare un processo di trasformazione profonda della società italiana investendo le nostre energie prevalentemente sul terreno istituzionale. Il problema è semmai quello di rendere le istituzioni permeabili ai conflitti sociali ed alle istanze di cambiamento che provengono dalla società. Ed è proprio sul terreno del fare società e della costruzione del conflitto e della partecipazione sociale che vanno investite le nostre maggiori energie. Per noi la scelta del governo o dell’opposizione non si dà una volta per tutte, ma va definita di volta in volta proprio in relazione alla possibilità che essa possa ampliare ovvero ridurre lo spazio del conflitto sociale e della partecipazione, e che conflitto e partecipazione possano trovare una interlocuzione ed uno sbocco, possibilmente diretto, dentro il quadro istituzionale. E’ questa la scommessa che abbiamo fatto dando vita al governo dell’Unione, e cioè rispondere all’esigenza di battere Berlusconi e il governo delle destre e, allo stesso tempo, tenere aperta la porta delle istituzioni alla permeabilità del conflitto sociale. Una possibilità che si è incrinata con la grave scelta di Prodi e del governo sulla base di Vicenza e che ha subito poi un pesante arretramento con la crisi seguita al voto al Senato sulla politica estera e con il documento dei dodici punti.
Quella crisi è nata da destra e cioè dalla richiesta dei poteri forti di mettere un freno alla permeabilità della maggioranza parlamentare nei confronti delle istanze dei movimenti e della sinistra di alternativa. Una richiesta esplicita protrattasi per mesi che ha mosso dalle colonne dei principali quotidiani del paese e che ha trovato una risposta prima in De Gregorio e poi in alcuni senatori a vita, e a cui infine purtroppo hanno fatto oggettivamente sponda anche le scelte dei senatori Rossi e Turigliatto. Si spiega così la reazione nei nostri confronti che è venuta dal popolo dell’Unione. Una reazione di rabbia per il possibile ritorno di Berlusconi e delle destre e per quella che è stato percepita come una rottura del patto sancito con Rifondazione Comunista attraverso il voto, unita ad una domanda ad andare avanti all’interno di questa maggioranza nella costruzione comune di una alternativa. Una alternativa che tanti e tante, anche fra quelli che non ci hanno votato, pensano possa realizzarsi solo con il contributo nostro e delle altre forze della sinistra radicale. Ma quella crisi, il modo in cui essa è maturata, la scissione fra gli atti individuali di volontà politica che l’hanno determinata ed il sentire comune del popolo dell’Unione, la torsione moderata con cui si è conclusa sul piano dei rapporti nella maggioranza e del rapporto fra il governo e le soggettività sociali interessate dai suoi provvedimenti, sono una ulteriore espressione di un’altra crisi, ben più profonda e di lungo periodo: la crisi della politica e della democrazia. Oggi, infatti, a un mese da quel voto al Senato, nonostante o al di là delle intenzioni di chi quella crisi ha contribuito a determinare, il popolo di Vicenza che si oppone alla realizzazione di quella base è forse più forte? No, non è più forte, così come non lo è la popolazione della Val di Susa, non è più forte chi vuole il ritiro delle truppe dall’Afghanistan, non è più forte chi si oppone ai rigassificatori, non sono più forti i lavoratori e le lavoratrici che temono per la propria pensione, no nessuno è più forte. Siamo invece tutti più deboli, stretti fra il rischio di una deriva moderata che oggi è molto più pericolosa di ieri e la corresponsabilità nella possibile caduta di un governo su cui molti hanno riposto e ripongono ancora grandi speranze di cambiamento. E cos’è questa se non una manifestazione ulteriore della crisi della politica, di un ulteriore spostamento dei centri decisionali fuori dai Parlamenti e da quegli organismi, compresi i partiti, che dovrebbero essere attraversati e influenzati dai movimenti e dalle soggettività sociali organizzando la partecipazione democratica e facendosi carico dell’indirizzo che essa produce sulla decisione collettiva?
Una crisi della politica che viene da lontano, e che si è andata consumando nel mondo, in Europa e anche nel nostro paese nonostante la sua storia caratterizzata da grandi momenti di partecipazione di massa alla vita sociale e politica e dal più grande movimento operaio dell’Europa occidentale. Finendo per assumere, qui in Italia, e anche in questa regione, forme originali ed estreme: Berlusconi e la Lega ne hanno saputo interpretare i caratteri di fondo e ne hanno raccolto i frutti dirigendoli sul terreno dell’antipolitica. Ma, come afferma il documento della conferenza nazionale, “dall’antipolitica non si esce con il ritorno alla vecchia politica ma nella direzione di un’altra politica, che collochi la centralità del suo agire nella società, che abbia come fine e come mezzo la costruzione di partecipazione, di una nuova densità delle relazioni sociali, di un nuovo spazio pubblico, che pratichi l’autonomia dei movimenti”.
Una crisi della politica che investe direttamente anche la sinistra, non solo quella moderata, sempre più lontana dalle domande del paese reale e dalle istanze di cambiamento della società, ma anche quella di alternativa, a volte anche nelle sue espressioni sociali e di movimento, sicuramente in quelle di partito. La crisi della politica, e dentro ad essa la crisi della forma partito, investe dunque anche noi, anche Rifondazione Comunista e la sua rivendicata diversità, riflettendosi sui livelli di partecipazione dei nostri iscritti e delle nostre iscritte, sulla nostra capacità di aprirci davvero alla società e di essere uno strumento effettivamente utile per la sua trasformazione.
Una crisi favorita anche dalle modifiche intervenute negli ultimi quindici anni sul sistema elettorale: il sistema maggioritario e la sostituzione dell’idea dell’alternativa con quella dell’alternanza, il principio del voto utile a impedire la vittoria dell’avversario ma spesso inefficace a produrre un cambiamento reale nello stato di cose presenti, hanno contribuito a determinare non solo alti livelli di astensionismo, ma anche più in generale disaffezione, disillusione e disincanto rispetto alla possibilità di pesare nelle scelte e di produrre la trasformazione dell’esistente attraverso la propria partecipazione alle forme tradizionali di organizzazione della politica e del consenso. Allo stesso modo hanno contribuito alla degenerazione della politica i processi di personalizzazione, l’elezione diretta di sindaci e presidenti di provincia e di regione, il sistema delle preferenze, così come i collegi uninominali che hanno caratterizzato in passato la legge elettorale nazionale: fenomeni, questi, che possono produrre - anche al nostro interno - il rischio di una separatezza dei gruppi istituzionali, sia nelle modalità di selezione che in quelle delle forme di relazione con il partito largo e i movimenti.
Parte dunque da qui, dal tema della crisi della politica e della forma partito la riflessione che abbiamo voluto avviare sulla nostra organizzazione, tanto a livello nazionale quanto in Friuli Venezia Giulia: quanto questa crisi investe anche noi, che forme specifiche essa qui assume, quali guasti produce, e quali scelte politiche e organizzative mettere in campo per affrontarla e cambiare nella direzione della democrazia e della partecipazione. Il mantenimento del rifiuto dell’idea e della pratica del centralismo democratico e l’estensione degli spazi di discussione e di pratica delle differenze; la critica alla separatezza istituzionale e la prevalenza delle decisioni democratiche dentro il partito; la democrazia di genere come elemento costitutivo della nostra comunità politica; il contrasto all’esasperazione correntizia; l’alternanza negli incarichi tra impegno nelle istituzioni, lavoro nel partito e impegno nei movimenti; la valorizzazione dell’inchiesta e delle vertenze territoriali; l’autofinanziamento e le forme della comunicazione; la rottura della struttura piramidale del partito e i circoli tematici; il conflitto sociale ed il radicamento tra i lavoratori; la valorizzazione delle esperienze del fare società; le difese dai rischi della degenerazione elettoralistica; l’impulso alla democrazia: sono questi gli antidoti alla crisi della politica e della forma partito che abbiamo proposto, attraverso i nostri documenti, alla discussione del partito, ed è attraverso queste chiavi di lettura che abbiamo provato ad affrontare i problemi specifici della nostra organizzazione regionale.
Le elezioni del 2003, che ci hanno visto entrare all’interno della maggioranza assumendo anche responsabilità dirette nel governo della regione, ci hanno messo di fronte a compiti completamente inediti rispetto al passato. Non faremo ora un bilancio politico di questa esperienza, che rimandiamo ad una conferenza programmatica che pensiamo di svolgere entro l’estate e non da soli, ma assieme a tutti quei soggetti dei movimenti, dell’associazionismo e della società civile con cui in questi anni abbiamo lavorator a stretto contatto dentro e fuori dai percorsi istituzionali. Possiamo però affermare, anche in questa sede, che questa nuova collocazione politica ci ha costretti a misurarci con problemi politici e organizzativi assolutamente nuovi per noi. La necessità di misurarci in tutti i campi dell’attività legislativa; il rapporto con le altre forze della maggioranza; la responsabilità diretta di un assessorato; la volontà di mantenere una connessione il più forte possibile con le realtà associative e di movimento; il mantenimento di livelli di comunicazione interna che permettano l’assunzione di decisioni collettive su molti temi ed in brevissimo tempo; tutto questo ha messo a dura prova le consuetudini di un partito che era sempre stato all’opposizione e che aveva sempre privilegiato il terreno dell’iniziativa sociale a quello dell’attività istituzionale, mettendo in luce anche problemi nuovi con cui ci siamo dovuti confrontare e che abbiamo cominciato ad affrontare. Anche commettendo errori, come spesso succede quando si inizia una esperienza totalmente nuova.
Nel documento di questa conferenza, abbiamo affrontato tutta una serie di problemi con cui ci siamo misurati in questo periodo, e proponiamo alcune soluzioni. I problemi attengono da un lato alla necessità di creare un rapporto sempre più forte di comunicazione e se possibile di coinvolgimento nelle decisioni fra le nostre rappresentanze istituzionali e le istanze territoriali, associative e di movimento; dall’altro alla necessità di aumentare la circolarità della comunicazione interna fra livelli istituzionali, organismi dirigenti e corpo largo del partito, prerequisito fondamentale per prendere collettivamente le decisioni più importanti in modo informato e consapevole. Anche in questo caso il rischio è quello che si determini e si accentui una separatezza fra rappresentanze istituzionali, partito e movimenti. Senza volere entrare ora in tutti i dettagli, su questo tema formuliamo all’interno del documento una serie di proposte per sperimentare, e in parte lo stiamo facendo, un modo di lavorare che possa permetterci di affrontare meglio questi problemi: dalla definizione dei tempi e delle modalità con cui sviluppare al meglio le interlocuzioni sociali che coinvolgono i nostri livelli istituzionali ad un migliore utilizzo delle nuove tecnologie informatiche per rendere sistematica una modalità di circolazione delle informazioni che metta tutti coloro che sono chiamati ad assumere una decisione nelle condizioni di poterlo fare; dalle riunioni periodiche fra gruppo consiliare, assessore e segreteria regionale ad un maggiore coinvolgimento di tutti coloro che collaborano con i livelli istituzionali del partito; dal coinvolgimento diretto del Comitato politico regionale nelle scelte più importanti, a partire dalle leggi di bilancio, alle modalità di comunicazione dell’attività istituzionale nel corpo largo del partito. Riteniamo, inoltre, che spesso queste stesse esigenze si pongano, con gradazioni diverse, anche agli altri livelli dell’attività istituzionale in cui siamo impegnati, e cioè province, comuni e circoscrizioni.
Coerentemente con la necessità di mantenere il baricentro della nostra iniziativa politica sul terreno del fare società, ribadiamo anche in questa regione la scelta strategica dell’internità del partito ai movimenti. Vi è infatti a volte la necessità di promuovere assieme ad altri campagne di carattere regionale su alcune tematiche che investono tutta la regione, come ad esempio quella della gestione e della proprietà pubblica dell’acqua, di cui parlerà poi una delle nostre ospiti. Anche in questa regione possiamo affermare di essere stati dentro a tutte le principali mobilitazioni di carattere sociale ed ambientale che hanno attraversato il territorio: da quelle contro la realizzazione e l’apertura del CPT di Gradisca a quelle contro l’alta velocità ferroviaria, dalla mobilitazione per la difesa della sanità pubblica e degli ospedali a quella contro la realizzazione degli elettrodotti, delle Casse di espansione e dei rigassificatori, da quelle per la pace e contro la guerra e gli insediamenti militari a quelle per la difesa del lavoro e contro la precarietà. E’ successo a volte, però, che solo alcune strutture del partito ed un numero ristretto di attivisti e a volte anche dello stesso gruppo dirigente abbia partecipato attivamente alla realizzazione di queste campagne, e questo è avvenuto non solo nella fase della preparazione di queste mobilitazioni, fatto peraltro comprensibile, ma anche durante le fasi della mobilitazione vera e propria. Parliamo in alcuni casi anche di grandi e importanti appuntamenti che hanno avuto un impatto politico anche fuori da questa regione e che stavano all’interno delle tre campagne su cui il partito regionale ha deciso di impegnarsi nel corso dell’ultimo congresso. Pensiamo che vada intensificata, dunque, l’informazione e la promozione nelle federazioni e nei circoli delle campagne che si decide assumano una valenza regionale, e l’organizzazione diretta da parte del gruppo dirigente regionale, a cominciare dai compagni e dalle compagne del C.P.R. e delle segreterie provinciali, della partecipazione di tutte le nostre strutture alla riuscita di tali campagne. Una manifestazione a valenza regionale non può riuscire senza l’impegno attivo di tutte le strutture territoriali del partito, a cominciare dalle federazioni.
Una delle forme che caratterizzano la struttura piramidale del partito è rappresentata da una articolazione dell’attività politica di tipo generalista che si riproduce sul territorio con le stesse forme con cui è organizzata la res pubblica (il circolo corrisponde alla circoscrizione o al comune, la federazione alla provincia, ecc). La domanda di partecipazione alla politica, al contrario, si esplica oggi molto più che un tempo nell’offerta di una disponibilità ad un impegno di tipo parziale e tematico, almeno nella fase iniziale di avvicinamento di un uomo o di una donna alla politica. Anche questa è una esperienza che abbiamo maturato tanto nelle dinamiche di movimento, quanto all’interno del partito, se pensiamo per esempio a quanti e quante, specialmente giovani, si avvicinano a noi a partire dalla condivisione di un elemento parziale della nostra linea politica, e non riescono poi a farsi coinvolgere nell’attività politica generale che li proponiamo (o forse siamo noi che non riusciamo a produrre questo coinvolgimento). Anche in questo caso il documento contiene delle proposte concrete: la mappatura degli interessi e delle disponibilità di attività e di tempo di iscritti e neo iscritti; la sperimentazione di circoli tematici da affiancare ai circoli territoriali; la creazione di commissioni tematiche di lavoro a livello di federazione e regionale.
Un altro tema su cui è necessario reimpostare il nostro lavoro è quello della comunicazione, a vari livelli: all’interno del partito, per rendere più circolari le conoscenze e consapevoli e democratiche le decisioni (da questo punto di vista dovremmo imparare maggiormente dalla comunicazione e dal lavoro a rete, che caratterizza oggi sempre di più sia il sistema produttivo che le modalità di organizzazione dei movimenti); ma anche all’esterno, per comunicare meglio le nostre proposte e i risultati ottenuti. A questo tema noi abbiamo dedicato un tempo finora insufficiente ed abbiamo anche svolto poca attività di ricerca e di elaborazione. Le nuove tecnologie offrono invece possibilità assolutamente interessanti che dobbiamo analizzare e che possiamo sperimentare. E’ importante allora investire di più sul terreno della comunicazione, sia in termine di idee che di risorse economiche. Vanno intanto ripensati gli strumenti principali di cui disponiamo, vale a dire il sito regionale e il giornale Regione a Sinistra, regolarizzandone la periodicità di pubblicazione; si può pensare ad uno studio di fattibilità per newsletter e forum tematici; anche in vista delle elezioni, può essere pianificata e realizzata una campagna regionale di affissione di manifesti di cui va curata di più l’impostazione grafica; così va valutato infine, anche sotto l’aspetto economico, l’uso di radio e televisione; dal punto di vista delle riunioni, e della possibilità di confrontarsi tempestivamente in forma aperta su grandi temi di attualità politica immediata, è utile rivalutare, infine, gli strumenti dell’attivo e dell’assemblea pubblica.
Vogliamo analizzare rapidamente, ora, anche gli aspetti relativi alla struttura e all’insediamento del partito in questa regione, che poi verranno trattati più diffusamente in uno dei due gruppi di lavoro del pomeriggio. Le 4 federazioni provinciali, articolate in 44 circoli territoriali, comprendono un totale di quasi 1600 iscritti e iscritte in tutta la regione. Dal 2003 ad oggi siamo cresciuti come forza elettorale (anche se con un andamento non uniforme nelle varie province) mentre permane e a volte si amplia il divario fra risultati nelle elezioni a carattere amministrativo e quelle a carattere politico. Nonostante i numerosi limiti di cui discutiamo in questa conferenza, a nome - io credo - di voi tutti voglio ricordare e sottolineare le energie straordinarie che permettono l’attività quotidiana di questo partito, che sono il prodotto di un impegno fuori dal comune e della partecipazione attiva e volontaria di centinaia di compagni e compagne in tutta la regione. Credo che possiamo tranquillamente affermare che nessuna altra forza politica delle nostre dimensioni ha un insediamento sociale paragonabile al nostro e si applica in uno sforzo continuo per cercare di coinvolgere il più possibile, nonostante mille inadeguatezze, iscritti ed iscritte nell’iniziativa politica e nei processi decisionali. Rispetto ad alcuni degli obiettivi del processo di autoriforma avviato con le conferenze di Chianciano e negli ultimi congressi i risultati ottenuti fino a ora dal partito in questa regione sono però ancora lontani da quelli attesi. Questo riguarda in particolare il carattere ancora fondamentalmente monosessuato del partito. Esso incide non solo sulla nostra capacità complessiva di comprendere fino in fondo tutta la potenzialità eversiva del punto di vista delle donne e di una lettura di genere dei problemi della società, e di connettere questo pensiero e con altri punti di vista portatori di una critica altrettanto radicale all’esistente, penso in particolare a quello ambientale; ma incide anche rispetto alla qualità delle relazioni che si instaurano dentro quella comunità politica che è il partito, a cui a volte farebbe bene anche una critica serrata dell’ordine patriarcale che contraddistingue ancora i nostri rapporti umani; o al contributo che da una maggiore presenza di compagne potrebbe venire all’organizzazione delle modalità del nostro modo di discutere, di affrontare più o meno direttamente i problemi, di organizzare i tempi della nostra iniziativa politica coniugandoli di più con quelli riproduttivi e di vita. Allo stesso modo va indagata anche un’altra difficoltà che rappresenta invece una poco felice peculiarità di questa regione, e cioè l’età media molto elevata e la presenza dei giovani all’interno del partito. Siamo un partito che in questa regione ha una difficoltà di insediamento fra le giovani generazioni e che infatti sta invecchiando: il 40% degli iscritti sono in pensione e, con l’eccezione positiva della federazione di Udine, che non a caso ha anche un gruppo dirigente molto giovane, i giovani stentano ad aderire al partito e quando questo avviene, nella maggior parte dei casi, sono i soggetti più coinvolti in quel turn over che non fa rinnovare a molti la tessera dopo il secondo anno di iscrizione. Questo fenomeno deve farci riflettere di più su come questa forma partito, ma probabilmente anche la qualità delle nostre relazioni umane e politiche, insieme alla percezione soggettiva dell’efficacia dell’attività politica svolta dalle nostre strutture, finisca a volte per essere inadeguata rispetto alle aspettative che suscitiamo nel momento in cui ci si iscrive al partito. Oltre a questi aspetti di natura culturale, che probabilmente non sono del tutto secondari, il documento contiene diverse proposte rispetto al rafforzamento della presenza dell’organizzazione dei Giovani Comunisti che rimettiamo alla discussione.
Gli ultimi due temi introducono l’ultimo aspetto strettamente organizzativo che abbiamo affrontato nel documento, e cioè l’organizzazione dei circoli e delle federazioni.
In un quadro complessivo caratterizzato dalla progressiva trasformazione delle formazioni politiche storiche da partiti di massa a partiti di opinione, la nostra principale diversità, nonostante le crescenti difficoltà, sta nell’insistere a pensare l’organizzazione di base del partito funzionale ad un aumento effettivo della partecipazione di tutti/e gli/le iscritti/e alle decisioni ed all’iniziativa politica.
I circoli e le federazioni sono il cuore e il motore dell’organizzazione del partito anche nella sua dimensione regionale. E’ infatti evidente che a livello regionale non si può produrre iniziativa politica, non tanto nelle istituzioni, quanto sul terreno del fare società, se non attraverso un coinvolgimento diretto dei circoli e delle federazioni.
Appare necessario spostare ancora, e più compiutamente, l’iniziativa dei circoli sul terreno dell’intervento politico e del fare società. Succede spesso che l’attività dei circoli sia ridotta all’osso degli impegni programmati dalle federazioni e delle discussioni interne, a cui non fa seguito una adeguata iniziativa esterna, anche quando nel territorio sono già attivi comitati di scopo e movimenti che affrontano argomenti assolutamente coerenti e in sintonia con la linea politica del partito.
La maggior parte dei circoli presenti in regione sono piccoli, ben 14 sono sotto i 20 iscritti stabiliti dallo statuto come requisito minimo, la partecipazione è spesso ridotta al minimo e in molti casi vi è un’attività prevalentemente interna, cioè di discussione che coinvolge solo gli/le iscritti/e. Scarseggiano le sedi, e le riunioni spesso si tengono in locali pubblici cosicché il partito non ha neanche il minimo di visibilità rappresentato dall’avere un punto di riferimento fisico sul territorio.
Scarsa attenzione viene data al tesseramento che dovrebbe essere il primo strumento di allargamento e di costruzione del partito: nella maggior parte dei circoli le tessere vengono rinnovate principalmente nella seconda metà dell’anno, non vengono fatte iniziative specifiche per il tesseramento, non c’è attenzione a considerare ogni singolo/a nuovo/a iscritto/a come una risorsa straordinaria per il potenziamento del partito.
Abbiamo alcune zone della regione dove siamo privi di un insediamento territoriale: è il caso della parte occidentale della provincia di Udine, su cui andrebbe costruito, a partire dai Comuni più importanti, in particolare quelli in cui sono già presenti nuclei di iscritti, uno specifico progetto di insediamento e di crescita.
Coerentemente con le inadeguatezze riscontrate nel processo di autoriforma e specificando ulteriormente alcune delle proposte già contenute nel documento nazionale, proponendo un percorso di domanda e risposta reciproca fra organismi dirigenti e circoli garantita anche dalla forma aperta del documento in discussione, vengono avanzate alcune proposte. Esse sono:
l’implementazione di una vera e propria inchiesta sul partito, che indaghi l’organizzazione e mappi le richieste dei circoli territoriali;
una riflessione ed un ripensamento dei tempi dell’iniziativa politica, in funzione di una maggiore partecipazione delle compagne, dei lavoratori e delle lavoratrici in produzione e dei lavoratori precari, anche stabilendo maggiori rigidità negli orari in modo da permettere effettivamente la partecipazione di tutti/e alle decisioni ed all’iniziativa politica;
il rispetto della cadenza minima della assemblea generale degli iscritti dei circoli, fissata in due mesi; la stesura di un programma annuale di massima dell’attività del circolo, centrato sui problemi specifici del territorio o del tema su cui opera;
l’alternanza di iniziative di discussione e confronto interno con l’intervento politico esterno;
una maggiore attenzione alle principali realtà produttive presenti sul proprio territorio, con particolare riferimento alle aziende che vivono uno stato di crisi, nonché la valutazione, da parte delle federazioni, di costituire circoli di luogo di lavoro;
una suddivisione ragionata da parte delle federazioni delle competenze territoriali dei vari circoli, in modo da provare a coprire l’intero territorio regionale;
la stesura di progetti specifici di crescita quantitativa dei circoli con meno di 20 iscritti concordati con le federazioni.
Veniamo infine all’ultimo tema che proponiamo alla discussione, sicuramente quello più importante, e cioè la proposta sulla Sinistra europea. Mi permetterò di seguire il filo del ragionamento contenuto all’interno del documento nazionale, perché mi pare il più efficace per illustrarne sinteticamente i contenuti di fondo, prima di venire ad una proposta che riguarda la nostra regione. Alla Sinistra europea, dopo la pausa dei nostri lavori, dedicheremo una sessione plenaria di questa conferenza di organizzazione.
Quella dell’Europa è la dimensione minima per rendere credibile ed efficace il progetto di costruzione di una alternativa di società. Questo progetto ha nella ricerca e nella ricostruzione di una alternativa al neoliberismo e nel rifiuto della guerra i suoi principi ispiratori. Il Partito della Sinistra Europea è nato ispirandosi a questi principi, unitamente alla assunzione della discriminante dell’internità ai movimenti e all’avvio di una ricerca sul terreno dell’innovazione della cultura politica. La decisione di costruire ed essere parte costitutiva del progetto della Sinistra europea è già stata assunta dal nostro partito durante lo scorso congresso, che è stato attraversato da un’ampia discussione in cui si sono confrontate anche posizioni differenti. Queste differenze non vanno cancellate, soprattutto in questa sede, posto che sono state anche il motivo principale della conclusione non unitaria della discussione e della stesura del documento con cui si è dato avvio a questa conferenza regionale. Ma anche in questa regione, il passo in avanti che proponiamo consiste nel passare da una discussione sul “se” fare la sinistra europea, a una discussione sul “come” tradurre quella ispirazione nella esperienza politica e sociale dell’Italia. E anche qui in questa regione, pensiamo che questa discussione debba coinvolgere tutto il partito in un confronto e una ricerca unitari. La proposta che avanziamo è quella di un nuovo soggetto politico, nuovo innanzitutto rispetto alla forma partito, e cioè un esperimento concreto nella direzione di una innovazione delle forme dell’agire politico. Non vogliamo una federazione di partiti o di gruppi dirigenti di partiti e associazioni,né chiediamo ad altri di entrare semplicemente nel nostro partito, così come non proponiamo di sciogliere il PRC. Crediamo che possa essere superata quella divisione di ruoli tradizionali per cui al movimento spetta la rivendicazione intransigente di una parzialità, ed al partito la sua rappresentazione e mediazione dentro un ipotetico interesse generale. Pensiamo alla Sinistra europea come ad una struttura confederale e a rete composta maglie verticali, cioè alcune associazioni nazionali, e maglie orizzontali, costituite da “case della Sinistra europea” da costruire nelle città, in cui ogni organizzazione verticale mantiene la sua autonomia e le strutture orizzontali costituiscano gli spazi e i luoghi di della partecipazione, del coordinamento, e dell’unificazione di queste esperienze. Pensiamo ad un percorso costituente aperto e partecipato che muova dai territori, e che sappia mantenere alti livelli di interlocuzione anche con coloro che sono interessati al progetto ma non intendono aderire alla costruzione del nuovo soggetto. E pensiamo che la Sinistra europea non sia la risposta a come far pesare la sinistra dentro l’esperienza di governo - a questo scopo, alla costruzione cioè di una maggiore massa critica della sinistra nella maggioranza, possono essere pensati altri strumenti, anche quelli di un maggiore coordinamento istituzionale fra le forze politiche della sinistra - perché la sua costruzione guarda ai tempi lunghi dell’alternativa di società e non a quelli brevi di un singolo passaggio di fase, né che essa possa essere la risposta da sinistra al Partito Democratico, perché essa si vuole rivolgere più alle relazioni di movimento che alla sfera delle relazioni politiche.
Anche in alcune realtà di questa regione è stata già avviata una interlocuzione con uomini e donne interessati al progetto della Sinistra Europea. In sintonia con l’ispirazione le modalità e i tempi che caratterizzeranno il progetto a livello nazionale, proponiamo di avviare in questa regione a partire dai prossimi mesi il processo di costruzione della S.E.. Proponiamo che esso si rivolga innanzitutto a coloro i quali abbiamo incontrato nelle realtà di movimento con cui ci siamo impegnati in questi anni contro la globalizzazione e contro la guerra, sulle vertenze ambientali e territoriali, sul terreno dei diritti di cittadinanza per tutti e per tutte, sulle tematiche del femminismo e nelle associazioni. Ma proponiamo di rivolgerci anche a coloro che, da una collocazione di sinistra, dentro o fuori a partiti e altre organizzazioni della sinistra politica e sindacale, possano condividerne i contenuti. Settori ampi della società italiana e di questa regione, che da anni hanno perso luoghi e spazi di discussione e di intervento politico, e che non si riconoscono più in alcun partito, possono essere interessati a questo progetto. Così come è vero che, anche se la Sinistra europea non è e non vuole essere una risposta al Partito Democratico, è innegabile che questo interesse possa crescere anche fra chi oggi rimane disorientato da un processo politico sul quale grava una ipoteca di tipo profondamente moderato. Così come pensiamo che, nella reciproca autonomia e ferma restando le diverse collocazione e forme di intervento politico, nonché i differenti percorsi di elaborazione e di pratiche in tutti questi anni, particolare attenzione vada posta al dibattito che attualmente sta interessando il mondo sindacale di questa regione, un dibattito che ha già prodotto significative prese di posizione pubbliche molto critiche rispetto alla costituzione del Partito Democratico e documenti di interesse che sottolineano la necessità che la sinistra continui a rimanere legata anche ai problemi del mondo del lavoro. Oltre a questo impegno, in Friuli Venezia Giulia il partito può avere anche un ulteriore ruolo nella costruzione della Sinistra Europea. E’ già iniziata, infatti, una positiva azione di confronto fra Rifondazione Comunista e soggettività aderenti o interessate alla costruzione della S.E. nell’ambito dello spazio transfrontaliero di Alpe Adria, che ha dato vita al Forum della Sinistra Europea di Alpe Adria. E si sono realizzate in questi anni, anche su un terreno di lotta e di movimento, alcune prime mobilitazioni con realtà di altri paesi, come le manifestazioni contro le politiche xenofobe e di discriminazione della comunità slovena di Haider in Austria o, più recentemente e sul terreno importante delle vertenze territoriali, manifestazioni transfrontaliere contro i rigassificatori. Queste mobilitazioni, sebbene nate prima e addirittura fuori dall’ambito della Sinistra europea, ci dicono di una strada che può essere percorsa. Questa azione va proseguita su tre piani: quello del confronto e dell’elaborazione teorica, quello della costruzione del conflitto su tutti i temi che travalicano i confini - e tutte le campagne principali su cui siamo impegnati, a cominciare da quelle ambientali, hanno queste caratteristiche - e, in collaborazione con il Dipartimento Esteri, quello della costruzione di nuovi rapporti con soggettività politiche e di movimento dei paesi vicini potenzialmente interessate al progetto della S.E., in primis in Slovenia e in Croazia.
Giulio Lauri Segretario regionale PRC-SE Friuli Venezia Giulia
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