Partito della Rifondazione Comunista

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27 settembre 2005

"Sinistra Critica" su legge Cosolini

A seguito degli interventi di Falce e Martello e del segretario regionale Lauri riguardo alla recente legge ragionale sul lavoro anche l’Area Programmatica Sinistra Critica interviene con il proprio contributo.


Nuova legge regionale sul lavoro: il pacchetto Treu della giunta Illy?

Cogliamo l’occasione della pubblicazione sul sito della regione della legge N°18 del 09/08/2005 intitolata “Norme regionali per l’occupazione, la tutela e la qualità del lavoro” per una disamina della stessa e per una riflessione “con il senno del poi” rispetto alla discussione che si era aperta all’interno del PRC nei giorni della sua approvazione (per approfondimenti il testo è disponibile su www.regione.fvg.it ).

In primo luogo riteniamo utile ricordare l’iter che ha visto la legge giungere in consiglio regionale. Esso inizia più di un anno prima della sua approvazione, quando l’assessore con delega al lavoro Cosolini (DS) pone sul tappeto il testo iniziale detto “del buon lavoro” redatto con la consulenza di Tiziano Treu, già ministro nel governo Prodi del ’96 e noto a tutti i lavoratori per il famoso “pacchetto”. Segue una fase di discussione con le parti sociali, categorie imprenditoriali e sindacati confederali, nella quale emerge chiaramente l’impostazione della CGIL che dopo 5 anni di governo regionale da parte delle destre e la conseguente sua emarginazione dai tavoli delle trattative spende tutte le proprie energie nel rilancio (poi formalmente sancito dalla legge) della concertazione. E’ questa la merce di scambio per il maggiore sindacato della sinistra italiana per accettare una serie di norme che penalizzano i diritti dei lavoratori.

Nel corso della primavera di quest’anno quando la bozza della legge già circolava, esplode il caso dei 306 (il 10% della forza lavoro!) lavoratori interinali assunti alla regione. Molti di loro di rinnovo in rinnovo prestavano il loro sevizio già da vari anni e con qualifiche medio alte. L’assessore al Personale Pecol Cominotto quasi per dare esecuzione in anticipo all’articolo della futura nuova legge che recita “favorire la stabilità del lavoro, riducendo le forme di lavoro precario” decide per il non rinnovo del contratto e per l’indizione di concorsi per l’assunzione del personale (cosa sacrosanta!), ma senza accordare nessuna corsia preferenziale a questi lavoratori che già avevano prestato la loro opera per la Regione! L’ovvio risultato è che ben 233 lavoratori alla scadenza del contratto interinale si ritrovano senza lavoro, si riuniscono in un comitato ed iniziano quasi un mese di proteste, alla quali l’ex assessore al personale della giunta Illy replica paragonando gli stessi alle “risme di carta”, cancelleria usa e getta quindi. L’aspetto più inquietante della vicenda è che i sindacati tacciono completamente, se si esclude l’intervento del sindacato autonomo Cisal che fornisce il proprio sostegno. L’unico a prendere le parti dei lavoratori in questione è… Beppe Grillo in un suo spettacolo! Nonostante gli articoli si succedessero sui quotidiani locali, la segreteria di RC impiega due settimane a rilasciare un generico comunicato di solidarietà, che naturalmente non cambia di una virgola l’ovvia fine di questi lavoratori, lasciati in mezzo alla strada dal primo licenziamento di massa della giunta Illy.

Con l’avvicinarsi della votazione in aula della legge, la segreteria regionale del PRC annuncia il proprio voto contrario, accusando (giustamente) la legge di essere appiattita sulla riforma Moratti e sulla legge 30, di privilegiare le agenzie private di intermediazione.

Alle critiche risponde a muso duro il governatore Illy, che dichiarando: “La legge Biagi è utile, ma va superata” lascia intendere che questa legge regionale è un tassello fondamentale del più ampio disegno di una parte dell’Unione che in vista del governo nazionale prevede modifiche alla legge 30 senza arrivare alla sua abrogazione. Solo a questo punto e ad una settimana dal voto in aula viene convocato il Comitato Politico Regionale (organismo ben poco autorevole visto che a ben 5 mesi dal congresso nazionale non si è ancora svolto quello regionale e quindi la composizione del CPR non può dirsi rappresentativa), nel corso del quale si propongono quattro inderogabili emendamenti da sottoporre agli alleati. Contemporaneamente si chiede alle federazioni di contattare RSU ed esponenti sindacali per avere un sostegno alle istanze del partito. In poche parole ci si ricorda dei soggetti che questa legge l’andranno a subire solamente per chiedere un po’ di sostegno alle proprie tesi da portare al palazzo! Naturalmente il tentativo in extremis ha effetti molto limitati (anzi nella federazione di Gorizia non viene nemmeno praticato) e salvo la lodevole eccezione di RdB e alcune RSU del pordenonese nessuno risponde all’appello (invero piuttosto patetico).

Il CPR riunitosi la settimana successiva (la sera prima del voto in aula), costatato il parziale accoglimento degli emendamenti proposti, vota per il si alla legge, votazione nella quale la maggioranza bertinottiana prevale per 2 voti e che vede le mozioni 2, 4 e 5 confluire su uno stesso OdG che chiedeva il voto contrario. Il giorno successivo l’aula approva contestualmente alla legge degli odg-contentino che soddisfano RC ma sulla cui ricaduta pratica c’è molto di discutere…

Una vicenda che per il suo svolgimento e la sua conclusione lancia inquietanti presagi su un futuro governo nazionale dell’Unione, e smentisce categoricamente le ipotesi di un rilancio del movimento (e della lotta di classe) grazie ad una sponda di governo che dovrebbe essere rappresentata dal nostro partito. Per l’ennesima volta il PRC ha punzecchiato il manovratore ma si è ben guardata dal mettere in campo un rapporto con i lavoratori ed il movimento che potesse portare ad uno scontro reale.

Ma proprio per il suo carattere di utile indicazione in vista di un governo nazionale veniamo ad esaminare alcuni dei punti salienti della nuova legge, in realtà composta da ben 80 articoli.

Se nel preambolo tra gli articoli di indirizzo viene citato il “favorire la stabilità del lavoro, riducendo le forme di lavoro precario”, subito dopo si dice anche “favorire l’integrazione tra le politiche attive del lavoro, quelle della formazione, dell’istruzione e dell’orientamento e le politiche sociali” e quindi favorire il perverso connubio imprese-istruzione.

Inoltre come già sottolineato si dice “Le funzioni previste dalla presente legge sono esercitate privilegiando il metodo della concertazione sociale e istituzionale e l’attuazione dei principi di sussidiarietà” sancendo quindi il ritorno alla concertazione!

Ma non solo: nelle neo istituite commissioni regionali e provinciali per il lavoro potranno sedere “rappresentanti designati dalle organizzazioni di lavoratori comparativamente più rappresentative sul territorio regionale, firmatarie di contratti collettivi nazionali di lavoro”. Una formulazione che sembra fatta apposta per escludere organizzazioni sindacali rompiscatole che rifiutano di firmare contratti capestro.

Viene istituita una Agenzia Regionale per il lavoro con funzioni di monitoraggio e supporto sul tema, ma come recita la legge “Per l’espletamento di particolari attività progettuali di ricerca e di studio connesse allo svolgimento delle proprie funzioni l’Agenzia può stipulare convenzioni con Università degli studi, istituti di ricerca specializzati ed enti pubblici qualificati. Per la medesima finalità l’Agenzia può stipulare contratti di diritto privato con esperti.” Già possiamo immaginare i compensi di questi esperti visto che proprio in questi giorni stanno infuriando le polemiche per le decine di consulenze affidate ad amici degli amici pagati cifre incredibili (Mister 1000 euro al giorno è ormai una celebrità!)

Contemporaneamente, però: “L’Agenzia si avvale altresì di personale proprio assunto con contratto di diritto privato a tempo determinato, rinnovabile, per figure di elevata professionalità e con competenze specifiche”. Assunzioni precarie sancite da una legge che contiene tra i principi ispiratori la lotta alla precarietà!

Ma arriviamo ad uno dei punti (art. 23) rispetto al quale il PRC aveva alzato la voce con gli alleati: la questione del ruolo dei collocamenti privati. Nella nostra regione a seguito della regionalizzazione e del successivo passaggio alla competenza provinciale dei centri pubblici per l’impiego (l’ex-collocamento) quest’ultimi sono di fatto divenuti completamente inutili per i cittadini, in primo luogo perché totalmente privi di indirizzi politici (le province si sono improvvisamente trovate un fardello di competenze che non sono in grado di gestire) e secondariamente per la strutturale mancanza di fondi. Ora se è vero che la presente legge aumenta gli stanziamenti per i centri pubblici per l’impiego, contemporaneamente e con riferimento alla legge 30, determina i criteri per l’accreditamento delle agenzie di intermediazione private, e regola il ricorso ad esse da parte della pubblica amministrazione in base a quanto segue: “a) ricorso al soggetto privato in base ai principi di efficacia, efficienza ed economicità, unitamente a criteri di cooperazione, integrazione e qualità, valutati oggettivamente anche sulla base del rapporto tra i costi e i benefici del servizio fornito; b) motivata impossibilità del servizio pubblico a svolgere il servizio da affidare;” Inoltre per tutto l’articolato ogni qual volta si fa riferimento ai servizi pubblici per l’impiego si specifica sempre la pari dignità di quelli privati.

La mediazione ottenuta dal PRC su questo tema sta nell’aggiunta del punto b), però visto lo stato dei servizi pubblici per l’impiego e la volontà politica sottesa dalla giunta Illy sembra più che probabile che saranno i criteri di “efficienza ed economicità” a prevalere nella scelta.

Più avanti nell’art.30 (“Promozione dell’occupazione”) risiede il nocciolo della legge per quanto riguarda la lotta alla precarietà che si sostanzia nella seguente formulazione:

“2. Gli incentivi, salvo particolari eccezioni definite con regolamento regionale, sono concessi per assunzioni a tempo indeterminato, anche a tempo parziale, e possono anche sostenere significativi incrementi dell’organico aziendale.”

Se pure va considerato positivo il riconoscimento della necessità di indirizzarsi verso la stabilizzazione dei rapporti di lavoro, appare evidente che lo strumento individuato dalla legge in questione è esclusivamente quello dell’incentivo per l’impresa, che si troverà a soppesare il guadagno ricavato dall’incentivo rispetto al costo della stabilizzazione contrattuale. In una regione come la nostra caratterizzata da produzioni (meccanica, legno, ecc…) a forte incidenza di manodopera e basso valore aggiunto per essere efficace una simile norma deve prevedere incentivi particolarmente onerosi per le casse regionali e di conseguenza la stabilizzazione rischia di essere pagata tramite la fiscalità generale dagli stessi lavoratori.

Evidentemente scelte più coraggiose quali la lotta al lavoro precario per mezzo di disincentivi fiscali non rientra nelle volontà di questa giunta.

Analogo discorso può essere fatto per quanto riguarda gli incentivi contenuti nella legge per le aziende in crisi e gli aiuti ai lavoratori in esubero. Essendo, la nostra, una realtà interessata da un massiccio processo di delocalizzazione verso Est, dovrebbe far riflettere che la proposta del PRC di costringere le aziende che delocalizzano a restituire i fondi pubblici ricevuti non è nemmeno stata presa in considerazione dall’Unione regionale.

Più avanti la legge sembra voler fare a gara con Maroni per quanto riguarda gli incentivi per far rimanere in produzione quei lavoratori che avrebbero già maturato le condizioni per il pensionamento. Per la sua chiarezza riportiamo l’intero articolo che non necessita di ulteriori commenti: “Art. 34 Politiche per il prolungamento della vita attiva

1. La Regione, al fine di favorire il prolungamento della vita attiva degli anziani, promuove azioni sperimentali di sistema che prevedono il concorso delle seguenti misure:

a) incentivi al prolungamento della vita attiva;

b) sostegni mirati al reinserimento al lavoro;

c) formazione professionale specifica e mirata che consenta di adeguare le competenze dei soggetti interessati.”

Concludiamo esaminando la parte della legge forse più contestata da RC, quella intitolata “Lavoro e Formazione”. Su questo tema è da sottolineare che la maggioranza dell’Unione è stata irremovibile nelle sue posizioni, e questo va probabilmente letto alla luce dello stretto rapporto che lega settori della maggioranza alla lobby degli istituti di formazione regionale, che negli anni scorsi si sono contraddistinti per l’enorme quantità di soldi ricevuti a fronte di risultati intangibili.

Ebbene la legge richiamandosi esplicitante alla legge 30 e alla riforma Moratti, pone tra i suoi obbiettivi: “1. La Regione favorisce l’integrazione fra le politiche del lavoro e quelle del sistema formativo inteso nelle sue diverse componenti della scuola,….”

“3. La Regione sostiene con percorsi formativi personalizzati le persone sul mercato del lavoro e, in particolare, promuove e incentiva: …. c) interventi di formazione tesi a rafforzare l’adattabilità’ dei lavoratori attraverso percorsi di formazione continua e di formazione permanente secondo una logica di apprendimento lungo l’arco della vita;”

Si può tranquillamente affermare che la filosofia delle citate leggi nazionali è ampiamente recepita dell’Unione regionale. Ma questione ancora più spinosa riguarda l’apprendistato, vera chiave di volta della riforma Moratti e che di fatto mira a creare una vasta fascia di cittadini di serie B privati di una vera istruzione. Ecco cosa dice in merito la legge del Friuli Venezia Giulia:

“1. L’organizzazione delle attività formative per gli apprendisti tiene conto dei seguenti principi:

a) la formazione formale deve essere realizzata in un contesto formativo organizzato e deve essere documentabile e verificabile; la formazione formale e’ finalizzata all’acquisizione di competenze di base, trasversali e tecnico-professionali e non alla produzione di beni e servizi e si svolge in un ambiente distinto da quello finalizzato prioritariamente alla produzione di beni o servizi;

b) la formazione formale deve essere effettuata con il supporto di figure professionali competenti presso strutture formative accreditate dalla Regione ovvero all’interno dell’impresa, qualora questa sia in possesso dei requisiti minimi in termini di capacità formativa individuati dalla Regione, secondo l’articolazione definita, in concorso con le parti sociali, in coerenza con i fabbisogni e le caratteristiche dei diversi settori produttivi;

…..

d) nelle aziende artigiane e nelle piccole imprese fino a quindici dipendenti il ruolo del tutor aziendale può essere svolto dal datore di lavoro;”

Appare assolutamente evidente che se il punto a) pone dei limiti allo sfruttamento degli apprendisti nel ciclo in produzione, esso viene immediatamente smentito nei punti b) e d) quando si da facoltà alle aziende di svolgere l’attività di formazione sul luogo di lavoro e si designa quale “insegnate” nelle piccole imprese (in una regione con un tessuto produttivo largamente caratterizzato da micro-imprese) lo stesso padrone!

Ciliegina sulla torta il seguente articolo che incentiva i tirocini dei giovani studenti presso le imprese, qualcosa che assomiglia molto al lavoro non retribuito e di fatto coatto:

“Art. 63 Tirocini formativi

1. La Regione, al fine di agevolare le scelte professionali mediante la conoscenza diretta del mondo del lavoro, promuove e incentiva i tirocini formativi e di orientamento presso i datori di lavoro pubblici e privati nel rispetto della normativa vigente.”

Naturalmente e per ragioni di spazio nell’esame della legge abbiamo tralasciato una serie di questioni, quali l’ erogazione di servizi di mediazione culturale per lavoratori stranieri, o la concessione di crediti agevolati a lavoratori in difficoltà, che rappresentano certamente delle norme positive, ma che di fronte all’enormità di quanto citato possono essere considerati poco più che aspetti cosmetici, anche se spesso utilizzati dalla maggioranza bertinottiana di RC per giustificare il proprio assenso alla legge.

In conclusione vorremmo rimarcare che questa legge si colloca a metà strada tra il pacchetto Treu e la legge 30, come riconosciuto dallo stesso segretario regionale del PRC Lauri, in un suo comunicato a legge approvata: “Resta ad ogni modo chiaro il fatto che, anche dopo le modifiche apportate, la legge rimane condizionata dalla legge 30, nel cui ambito necessariamente si muove pur attenuandone gli effetti.”

Ma se il risultato di due anni e mezzo di governo con l’Unione su un tema fondamentale quale quello del lavoro è stata una simile legge approvata nella totale indifferenza dei soggetti sociali coinvolti ed in particolare dei lavoratori non sarebbe forse il caso di iniziare a riconsiderare la posizione del PRC rispetto alla giunta Illy?

Sinistra Critica – Area Programmatica di Rifondazione Comunista Friuli Venezia Giulia




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