{"id":51,"date":"2011-10-05T10:53:22","date_gmt":"2011-10-05T10:53:22","guid":{"rendered":"http:\/\/web.rifondazione.it\/viii\/?p=51"},"modified":"2011-10-05T10:53:22","modified_gmt":"2011-10-05T10:53:22","slug":"documento-2","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.rifondazione.org\/viii\/2011\/10\/05\/documento-2\/","title":{"rendered":"Documento 2"},"content":{"rendered":"<p><!--more-->PER IL PARTITO DI CLASSE<\/p>\n<p>1. Crisi della rappresentanza di classe.<\/p>\n<p>A partire dal 2008 abbiamo visto aprirsi una voragine nella rappresentanza e nell\u2019espressione organizzata dei lavoratori nel nostro paese. La scomparsa della sinistra dal parlamento per la prima volta dal 1892 \u00e8 stata solo l\u2019espressione pi\u00f9 clamorosa di questo vuoto, che in realt\u00e0 si era gi\u00e0 creato nei due anni di governo Prodi con la completa incapacit\u00e0 della sinistra di affermare gli interessi di classe all\u2019interno di una coalizione dominata da politiche confindustriali sul piano interno e filo-atlantiche sul piano internazionale.<br \/>\nNon \u00e8 scomparsa tuttavia la militanza di sinistra, che in questi anni ha continuato a cercare terreni sui quali esprimersi, n\u00e9 tantomeno \u00e8 scomparso il conflitto sociale, tornato a farsi sentire con forza crescente. Neppure il Prc \u00e8 scomparso, a dispetto delle scissioni e dell\u2019abbandono di una parte della propria militanza ha mantenuto un patrimonio di forza organizzata. In quale direzione investire questo prezioso e unico patrimonio del nostro partito \u00e8 il tema di questo congresso.<\/p>\n<p>2. \u201cPomigliano non si piega!\u201d e la ripresa del movimento di massa.<\/p>\n<p>Immediatamente dopo la sconfitta elettorale 2008 la questione della rappresentanza di classe \u00e8 stato percepita soprattutto in forma negativa. La cancellazione dal parlamento, la vittoria elettorale delle destre e lo choc prodotto dalla crisi, che pareva stordire i lavoratori e minarne la capacit\u00e0 di resistenza, facevano prevalere nella nostra militanza e in generale nella sinistra letture pessimiste. Si teorizzava lo \u201csbocco a destra\u201d della crisi, l\u2019atomizzazione sociale e una \u201clunga marcia nel deserto\u201d per la sinistra. Al tempo stesso il vuoto e lo sbandamento politico lasciavano spazi per tentativi populisti di varia natura. Forze estranee al movimento operaio come l\u2019Idv tentavano di accreditarsi una funzione di \u201ctutela\u201d degli interessi operai attraverso una demagogia di stampo vagamente peronista<br \/>\nDopo il 2009 la questione si \u00e8 posta in modo positivo, grazie al risveglio del conflitto di classe nei luoghi di lavoro e in primo luogo fra i metalmeccanici. Se la Innse nel 2009 \u00e8 stato un primo annuncio, lo scontro frontale apertosi nel gruppo Fiat e poi a cascata in tutto il settore metalmeccanico e anche in altre categorie, con la firma di accordi separati riguardanti oltre sette milioni di lavoratori, ha posto al centro la questione del conflitto operaio e delle sue espressioni sindacali e politiche. Il 16 ottobre 2010 la risposta di massa all\u2019appello della Fiom ha dimostrato come il conflitto operaio potesse essere il punto di raccolta di tutti i movimenti di lotta che attraversano il nostro paese. Questo si \u00e8 confermato nei giorni del referendum di Mirafiori e dello sciopero metalmeccanico del 28-29 gennaio 2011. Oggi \u00e8 chiaro che anche nel nostro paese, come in Grecia, Spagna, Gran Bretagna, all\u2019ordine del giorno non dobbiamo mettere il ripiegamento di fronte a una destra egemonica, ma il dispiegarsi del conflitto di classe al livello pi\u00f9 alto. Questo si deve in primo luogo alla capacit\u00e0 di settori operai di farsi carico, in quasi totale solitudine, dell\u2019intero peso dello scontro come dimostrato dalla svolta di Pomigliano e dalle sue successive ricadute.<br \/>\nI mesi successivi hanno mostrato l\u2019ampiezza e l\u2019articolazione del fronte del conflitto, dagli studenti del 14 dicembre fino al movimento per l\u2019acqua pubblica e agli scioperi generali del 6 maggio e 6 settembre 2011, alla grande manifestazione del 3 luglio in Val Susa, la ripresa del movimento degli immigrati con la lotta di Milano e Brescia e con vertenze operaie, in particolare nel settore della logistica, nelle quali le rivendicazioni strettamente sindacali si sono intrecciate con una forte affermazione della soggettivit\u00e0 dei lavoratori migranti, espressa anche nella lotta di Nard\u00f2.<br \/>\nLa sintesi pi\u00f9 accurata di questo processo \u00e8 la seguente: per la prima volta da 30 anni, ossia dalla sconfitta della Fiat del 1980, nel nostro paese si pu\u00f2 produrre un movimento di massa che veda al centro una chiara discriminante di classe, e la classe lavoratrice come suo architrave ed elemento egemonico.<\/p>\n<p>3. Miseria dell\u2019elettoralismo<\/p>\n<p>Centrale \u00e8 quindi il modo come il nostro partito si pone di fronte a questi sviluppi. A dispetto delle decisioni assunte nel documento conclusivo del Congresso di Chianciano (alternativit\u00e0 strategica al Pd, ricostruzione del partito \u201cin basso a sinistra\u201d, immersione nel conflitto sociale), negli ultimi due anni la discussione del gruppo dirigente \u00e8 stata completamente dominata da un solo punto: come garantire al Prc una rappresentanza istituzionale che permettesse di \u201crientrare nei giochi\u201d. Tutte le scelte e discussioni fondamentali sono state condizionate da questo solo punto. Come sottoprodotto, ognuna delle componenti presenti nell\u2019attuale maggioranza del partito \u00e8 stata guidata dalla priorit\u00e0 di posizionarsi nel conflitto interno al partito per poter beneficiare del poco di rappresentanza istituzionale che rimane e di una futura auspicata presenza parlamentare (oltre che delle strutture di partito).<br \/>\nSi sono cos\u00ec generate dinamiche di divisione e ricomposizioni all\u2019interno delle correnti che reggono la \u201cgestione unitaria\u201d e successivamente anche della Federazione della sinistra, in un conflitto permanente a somma zero che ha mortificato ogni tentativo di fare uscire il partito e soprattutto i suoi militanti dalle secche nelle quali era entrato. Rompere questa gabbia \u00e8 il primo compito del dibattito congressuale.<\/p>\n<p>4. Quale lettura della crisi<\/p>\n<p>L\u2019analisi della crisi capitalistica, delle sue conseguenze e delle risposte che genera nei diversi settori della societ\u00e0 costituisce il punto qualificante per determinare il carattere di una opzione politica.<br \/>\nLa crisi esplosa nel 2007 vede sommarsi la classica crisi ciclica che, a dispetto di tutte le teorizzazioni degli anni \u201990 e 2000 rimane anche nell\u2019epoca attuale una caratteristica ineliminabile del sistema capitalista, con un cambiamento di fase che va al di l\u00e0 del semplice ciclo boom-recessione. Stiamo quindi parlando di un passaggio d\u2019epoca nel quale entrano in crisi e si modificano in maniera profonda non solo determinati indicatori economici, ma i rapporti tra le classi, i rapporti internazionali, l\u2019intero equilibrio capitalistico.<br \/>\nLungi dall\u2019essere una crisi finanziaria, essa nasce dalla gigantesca sovrapproduzione o sovracapacit\u00e0 produttiva accumulata nei due cicli precedenti (1991-2000; 2001-2007), rinviata per alcuni anni grazie all\u2019enorme espansione del debito e della finanza e dal rilancio del saggio di profitto che su scala mondiale si avvantaggiava dell\u2019espansione asiatica (entrata nel mercato di milioni di lavoratori a bassi salari) e del basso prezzo delle materie prime ottenuto in primo luogo grazie al riaffermarsi dell\u2019egemonia dell\u2019imperialismo Usa dopo il 1991. La relativa pace sociale, l\u2019abbattimento delle barriere commerciali, la ulteriore penetrazione in aree del mondo in precedenza parzialmente sottratte al dominio del mercato mondiale grazie ai processi rivoluzionari del periodo post-coloniale e ai diversi rapporti di forza su scala mondiale, l\u2019apertura cinese al capitalismo e al mercato, sono alcuni dei fenomeni che hanno accompagnato e rafforzato il ciclo ascendente.<br \/>\nProprio l\u2019aver procrastinato l\u2019esplosione di una crisi di questo genere, in particolare dopo la crisi del 2001, con politiche monetarie espansive oltre ogni limite (si ricordi la \u201cirrazionale esuberanza\u201d citata dall\u2019allora Governatore della Federal Riserve Alan Greenspan che pure ne fu uno dei principali responsabili) ha causato infine il suo carattere generalizzato e la portata destabilizzante su scala globale.<br \/>\nSeppure questi concetti siano patrimonio largamente diffuso nella sinistra, esiste una evidente contraddizione tra l\u2019analisi della crisi, definita \u201csistemica\u201d, \u201cstrutturale\u201d, ecc. e le risposte che vengono messe in campo.<br \/>\nLa crisi produce anche la critica del sistema, tuttavia ci\u00f2 non \u00e8 sufficiente di per s\u00e9 a determinare uno sbocco alternativo. Esiste una critica interna alla classe dominante, volta a trovare misure che ristabiliscano l\u2019equilibrio perduto; esiste una critica che proviene da settori di ceto medio, piccola impresa, piccola borghesia, che si caratterizza sempre pi\u00f9 per il suo carattere rabbioso ma anche impotente a indicare soluzioni credibili. Non esiste, ad oggi, una chiara e coerente posizione antisistema, che pu\u00f2 essere espressa solo dal movimento operaio.<br \/>\nAl di l\u00e0 delle spiegazioni \u201cpopolari\u201d che ne cercano le cause negli \u201ceccessi\u201d della finanza e nella \u201cmancata regolazione\u201d dei mercati, \u00e8 la stessa borghesia ad individuare con determinazione inflessibile il punto centrale e inaggirabile per rilanciare l\u2019accumulazione, ossia la lotta per la diversa ripartizione della giornata lavorativa tra lavoro e capitale; la lotta per l\u2019incremento del plusvalore assoluto e relativo, per l\u2019estensione della giornata e della vita lavorativa, per l\u2019intensificazione della prestazione di lavoro. Il modello Marchionne non \u00e8 solo la risposta di un capitalismo relativamente debole quale \u00e8 quello italiano, ma una lucida interpretazione delle necessit\u00e0 vitali del sistema. Lavorare pi\u00f9 ore nella settimana, pi\u00f9 anni della vita, pi\u00f9 intensamente e per un salario minore: questo il semplice nocciolo della risposta al problema di ricostituire la profittabilit\u00e0 del capitale investito.<\/p>\n<p>5. L\u2019illusione tardo keynesiana<\/p>\n<p>L\u2019intervento statale in forma di socializzazione delle perdite del sistema finanziario e di salvataggio di gruppi industriali \u00e8 diventato una realt\u00e0 a partire dal 2008. Tuttavia sarebbe errato vedere in ci\u00f2 un abbandono del cosiddetto neoliberismo. Non a caso si \u00e8 parlato, a proposito del salvataggio delle banche, di \u201csocialismo dei ricchi\u201d.<br \/>\nIndubbiamente esistono settori della classe dominante che si rendono conto della necessit\u00e0 di introdurre alcuni correttivi e di rinunciare a qualcosa in nome dell\u2019interesse generale (borghese). Non deve stupire quindi che i Montezemolo o i Profumo parlino di imposta patrimoniale o di riequilibrare il sistema fiscale. Tuttavia sarebbe esiziale confondere queste posizioni, dettate dal tentativo di ricostruire l\u2019equilibrio di un sistema completamente destabilizzato, con la possibilit\u00e0 di un terreno di incontro, sia pure temporaneo, fra gli interessi dei lavoratori e quelli di un settore borghese, magari in nome della \u201cproduzione\u201d contro la \u201cfinanza\u201d, rischiando di attribuire patenti di progressismo a demolitori dei diritti dei lavoratori come accadde a Bertinotti nei confronti di Marchionne. Da sempre, e oggi pi\u00f9 che mai, l\u2019\u201cinteresse generale\u201d \u00e8 l\u2019interesse dell\u2019insieme della borghesia, e i sacrifici per sostenerlo ricadono inesorabilmente su chi lavora.<br \/>\nNella sinistra riformista \u00e8 oggi egemone l\u2019idea che si tratti semplicemente di orientare diversamente tali masse di denaro pubblico affinch\u00e9 ne scaturiscano effetti benefici per i lavoratori e i ceti popolari. Analogamente si propongono misure la cui logica ispiratrice \u00e8 quella di un ritorno indietro nel tempo: una tassazione un po\u2019 pi\u00f9 equa, una certa regolamentazione e limitazione della finanza, un accordo internazionale sulle valute, una maggiore attenzione all\u2019economia reale, un freno alle disparit\u00e0 sociali eccessive, maggiori strumenti di intervento degli Stati nell\u2019economia\u2026 in sostanza un tentativo di ritornare agli anni d\u2019oro del boom economico postbellico e delle classiche politiche keynesiane.<br \/>\nSi tratta di una utopia illusoria e pericolosa al tempo stesso. Illusoria, perch\u00e9 non tiene conto delle circostanze che resero possibile quella determinata fase storica del capitalismo; pericolosa, perch\u00e9 proponendo al movimento operaio di accodarsi a questo o quel settore \u201criformatore\u201d del sistema apre in realt\u00e0 lo spazio, questa volta s\u00ec, al rischio concreto che di fronte all\u2019inevitabile fallimento di questi tentativi, siano in una fase successiva le forze di destra ad avanzare la propria egemonia basandosi sulla disillusione dei lavoratori e sulla disgregazione sociale.<br \/>\nPeraltro data l\u2019esplosione dei debiti pubblici negli ultimi tre anni, n\u00e9 negli Usa, n\u00e9 in Europa \u00e8 pensabile un rilancio di politiche classicamente keynesiane, per le quali non esistono le risorse (dato l\u2019enorme indebitamento pubblico e privato), n\u00e9 tantomeno la volont\u00e0 politica. Passi in questa direzione potrebbero essere effettuati solo come sottoprodotto di un conflitto di classe che raggiunga livelli tali da mettere a rischio il potere della classe dominante. Non a caso nel mondo di oggi le uniche nazionalizzazioni di carattere effettivamente progressivo, sia pure incomplete e limitate, si sono date in quei paesi latinoamericani investiti da processi rivoluzionari quali Bolivia e Venezuela.<\/p>\n<p>6. Europa<\/p>\n<p>L\u2019Europa vive la peculiarit\u00e0 della moneta unica, che lungi dal porci \u201cal riparo dalla crisi\u201d, come si teorizzava al tempo della sua creazione, si \u00e8 dimostrata uno strumento che, con la sua rigidit\u00e0 estrema, ne ha amplificato gli effetti. Su basi capitalistiche \u00e8 impossibile unire sistemi economici che vanno in direzioni diverse; senza rompere le compatibilit\u00e0 del sistema l\u2019Unione europea non pu\u00f2 essere altro che un club di capitalisti dominato dalle banche e dai grandi monopoli degli Stati membri a partire dai pi\u00f9 forti. \u00c8 inevitabile che paesi deboli, sicuramente la Grecia e forse altri, siano costretti ad un determinato momento a fallire e in via ipotetica ad abbandonare la moneta unica. Se l\u2019uscita di alcune economie periferiche quali Grecia, Portogallo e Irlanda \u00e8 plausibile, un processo analogo in Italia, per il suo peso relativo nell\u2019Unione, causerebbe di fatto la fine dell\u2019Euro come moneta continentale e forse il suo abbandono definitivo.<br \/>\nUna parte della classe dominante tenta di scongiurare questa ipotesi proponendo una maggiore integrazione delle politiche economiche europee e la creazione di titoli europei (Eurobond) che contribuiscano ad alleviare le tensioni sui paesi pi\u00f9 deboli. Queste proposte sono ovviamente pi\u00f9 popolari nei paesi sotto attacco speculativo e in generale vengono fatte proprie dai partiti socialisti, che costituiscono una delle forze trainanti del processo di integrazione dell\u2019Europa capitalista.<br \/>\nLa nostra posizione deve essere esattamente opposta: qualsiasi tentativo di maggiore integrazione su basi capitalistiche non pu\u00f2 che tradursi, come gi\u00e0 sta accadendo, in attacchi concentrati contro il movimento operaio e contro ci\u00f2 che rimane dello Stato sociale, in una austerit\u00e0 permanente, in una gestione sempre pi\u00f9 autoritaria di politiche di privatizzazione e saccheggio delle risorse pubbliche. D\u2019altra parte l\u2019accumulo di contraddizioni a livello dei debiti sovrani e delle istituzioni europee fa s\u00ec che questo fronte generalizzato di attacchi alle condizioni di vita delle masse lavoratrici incontri la resistenza e la disponibilit\u00e0 alla mobilitazione da parte di movimenti che possono assumere un respiro continentale, come ha dimostrato il modo in cui i movimenti in Spagna e in Grecia si sono ispirati reciprocamente.<\/p>\n<p>7. Il Meridione affonda<\/p>\n<p>La crisi ha avuto effetti devastanti al Sud. Secondo il rapporto Svimez pubblicato nel luglio 2010, il Pil del Meridione \u00e8 tornato ai livelli di 10 anni fa. Gli investimenti industriali nel 2009 sono crollati del 9,6%. \u00c8 un Sud abbandonato, non solo dai privati ma anche dallo Stato.<br \/>\nI Fondi Aree Sotto Utilizzate (Fas) sono stati tagliati nel dicembre 2008 per 12 miliardi e 900milioni, su un totale previsto di 64 miliardi nella finanziaria 2007. Ulteriori tagli sono stati confermati nel 2009 e nel 2010. I fondi sono stati dirottati a coprire i buchi della spesa ordinaria, soprattutto della sanit\u00e0. La realt\u00e0, taciuta dalla propaganda leghista, \u00e8 quella di una diminuzione del trasferimento delle risorse al meridione.<br \/>\nLa percentuale destinata alle otto regioni del Sud sul totale della spesa in conto capitale (investimenti pubblici e risorse destinate alle imprese) \u00e8 passata dal 40,4% del 2001 al 35,3% del 2007. La spesa in conto capitale \u00e8 passata dal 2001 al 2006 da 21 a 22,2 miliardi di euro al Sud mentre nel resto del paese si \u00e8 passati da 31 a 38,2 miliardi di euro. La spesa per le infrastrutture sociali nel decennio 1998-2008 \u00e8 stata del 20% inferiore alla media nazionale.<br \/>\nDegli investimenti statali, la componente che va agli incentivi alle imprese \u00e8 considerevole. \u00c8 pi\u00f9 di un terzo del totale al Sud, mentre al Centro nord \u00e8 pari a un quinto. Lo Stato quindi non solo ha diminuito le risorse per il meridione, ma una parte importante di queste risorse vengono dirottate verso i privati.<br \/>\nIl numero di occupati \u00e8 tornato a livelli del 2000. Due terzi dei posti di lavoro persi negli ultimi due anni sono al Sud. Fatto pari a 100 il reddito medio nazionale, il Sud si ferma al 77, contro il 112 del centro-Nord, con punte del 71 in Calabria e Sicilia. Quasi un meridionale su tre \u00e8 a rischio povert\u00e0. In termini assoluti, questo significa che nel Mezzogiorno ci sono oltre 6milioni e 800mila persone indigenti.<br \/>\nTra il 1990 e il 2009 circa 2 milioni 385mila persone hanno abbandonato il Mezzogiorno. Ricordiamo che nel 2009 la popolazione residente al sud si attestava sui 20,8 milioni di abitanti. (Svimez, rapporto 2010).<br \/>\nQuesto abbandono del meridione, che \u00e8 responsabilit\u00e0 esclusiva delle classi dominanti (del sud e del nord) produce effetti politici e sociali. Solo per elencare le pi\u00f9 importanti: le lotte della giovane classe operaia, da Pomigliano a Melfi fino al Porto di Gioia Tauro, passando per Portovesme, ma anche le rivolte popolari contro i rifiuti in Campania e le discariche in Calabria, fino ai movimenti di massa contro i megaprogetti al Ponte sullo Stretto e a quelli contro i radar costieri, le servit\u00f9 e i poligoni militari in Sardegna.<br \/>\nLe navi dei veleni in Calabria, l\u2019impossibilit\u00e0 di valutare perfino il quantitativo di rifiuti pericolosi che arrivano attraverso il circuito delle ecomafie, l\u2019avvelenamento delle popolazioni riscontrato dall\u2019Organizzazione Mondiale della Sanit\u00e0 (con aumenti fino all\u201984% dei casi di tumori e malformazioni) mettono in risalto come non sia possibile affrontare il problema dei rifiuti senza parallelamente affrontare quello della produzione e del suo carattere privato.<br \/>\nNegli ultimi anni la diminuzione del trasferimento delle risorse alle regioni del mezzogiorno ha prodotto anche uno scontento crescente nelle file del centrodestra e in quei settori sociali che facevano riferimento a Berlusconi. La divisione crescente tra Nord e Sud del paese \u00e8 la base concreta per tutte le ipotesi di leghe del sud e \u201cpatti meridionalisti, spesso trasversali agli schieramenti politici, che cercano di contrattare pi\u00f9 risorse e mantenere cos\u00ec saldo il blocco di potere mafioso-borghese che ha affamato il sud da un secolo a questa parte. Una prospettiva che si propone di dividere il movimento operaio su basi regionali e che dobbiamo contrastare con tutte le nostre forze, anche quando, come in Sardegna, siamo in presenza di una vera e propria questione nazionale. Nulla pu\u00f2 giustificare la divisione dei lavoratori sardi con quelli dello stato italiano.<br \/>\nNel contesto di crisi economica, le mafie continuano a rappresentare un settore importante dell\u2019economia italiana: 135 miliardi di fatturato, pari al 7% del Pil, 78 di utili. I processi descritti di deindustrializzazione, di povert\u00e0 e di degrado del Mezzogiorno creano condizioni favorevoli alle mafie per potersi impadronire di manovalanza e estendere il giro d\u2019affari, come dimostrano le decine di centri commerciali, di appartamenti e di edifici costruiti su ex aree industriali. Il caso della Calabria ne \u00e8 l\u2019esempio pi\u00f9 palese: nella regione in cui il PIL pro-capite \u00e8 pari solo al 54% di quello nazionale, il tasso di povert\u00e0 sfiora il 25% , la disoccupazione il 27%, e le percentuali di emigrazione sono \u2013 secondo lo Svimez &#8211; pari a quelle degli anni \u201950.<br \/>\nLa militarizzazione del territorio, lanciata gi\u00e0 a inizio anni \u201990 con l\u2019operazione Vespri Siciliani e periodicamente poi estesa ad altre regioni meridionali, non solo non \u00e8 riuscita a far diminuire il controllo sociale mafioso, ma nemmeno tanto paradossalmente crea ulteriori affari (approvvigionamento e logistica dei corpi militari) e viene utilizzata in realt\u00e0 come arma a difesa degli interessi statali e privati.<br \/>\nLa profonda crisi del Mezzogiorno e il tentativo di trasformare il territorio in una discarica a cielo aperto produce rivolte come quelle che abbiamo visto in questi anni a Terzigno, Acerra, Scanzano. \u00c8 nostro obiettivo intervenire nelle future esplosioni sociali per offrire al movimento una espressione politica organizzata.<br \/>\nQuesto sbocco \u00e8 stato nel passato in gran parte impedito dalla nostra prolungata partecipazione alle giunte regionali di centrosinistra (Campania, Basilicata, Calabria) individuate dai movimenti come responsabili dirette del disastro sociale ed ambientale di cui \u00e8 vittima il Mezzogiorno. La stessa partecipazione da parte nostra alla giunta de Magistris a Napoli andr\u00e0 misurata in funzione di questo criterio, di non entrare in contraddizioni con i nostri referenti sociali e di classe.<\/p>\n<p>8. Un movimento internazionale<\/p>\n<p>I movimenti di massa che hanno rovesciato i regimi in Egitto e Tunisia sono stati una fonte diretta di ispirazione e di \u201ccontagio\u201d anche per le mobilitazioni in Europa. Assistiamo alle prime fasi di un nuovo movimento internazionale che pu\u00f2 scuotere gli assetti stabiliti per decenni. Se nello scorso decennio i processi rivoluzionari erano essenzialmente concentrati nel continente latinoamericano, oggi questi si avvicinano rapidamente alla nostra parte del mondo. L\u2019idea della rivoluzione non \u00e8 pi\u00f9 confinata a un mondo lontano nello spazio o nel tempo.<br \/>\nLa \u201cprimavera araba\u201d ha una volta di pi\u00f9 confermato che nessun regime pu\u00f2 resistere a un movimento di massa che coinvolga i lavoratori e i gli strati pi\u00f9 oppressi una volta che questi siano determinati a portare la loro lotta fino alle ultime conseguenze. Il movimento si \u00e8 diffuso con un \u201ceffetto domino\u201d che ha spiazzato anche le diplomazie dei paesi imperialisti, colte completamente alla sprovvista. Con l\u2019intervento in Libia la Nato \u00e8 riuscita a introdurre un cuneo nella regione, cos\u00ec come sta tentando di fare la Turchia. Dobbiamo quindi rifiutare qualsiasi sostegno alla logica dell\u2019\u201dintervento democratico\u201d sostenuto con forza dal Pd e in particolare dal presidente della Repubblica.<br \/>\nE\u2019 quanto mai significativo il fatto che il movimento egiziano sia stato preso a riferimento anche simbolico (\u201cpiazza Tahrir\u201d) in numerosi paesi europei e persino negli Usa.\u00a0 E in effetti stiamo parlando di un unico processo, per quanto articolato, che si sviluppa su scala internazionale. Il risveglio non ha toccato solo la Grecia o i paesi mediterranei, fondamentale \u00e8 segnalare l\u2019esplosione del movimento giovanile e operaio in Gran Bretagna, con una discesa in campo di giovani e giovanissimi a partire dal movimento studentesco dello scorso anno, che ha fatto da detonatore anche per l\u2019inizio di una mobilitazione sindacale di grande significato.<br \/>\nVa rilevato come ad oggi l\u2019arco delle forze socialiste e di centrosinistra in Europa si sia schierato senza fratture significative sulla linea dell\u2019austerit\u00e0 e della rigida osservanza delle direttive della Bce e dell\u2019Unione europea, gestendo in prima persona laddove governa (Grecia, Spagna) o ha governato fino a poco fa (Portogallo) i piani di austerit\u00e0.<\/p>\n<p>9. La logica di un programma di alternativa<\/p>\n<p>Il programma necessario per contrapporsi alle varie ipotesi di ristrutturazione interne al sistema deve assumere la logica del programma transitorio, ossia del legame tra i livelli di coscienza e di mobilitazione che si esprimono oggi nel nostro paese e su scala internazionale, e la necessit\u00e0 di una prospettiva di superamento del sistema. Dobbiamo cio\u00e8 rifiutare l\u2019idea di dividere il nostro programma in due parti, la prima fatta di \u201crealistiche proposte\u201d accettabili da un ampio arco di forze, la seconda di rivendicazioni generali, relegate a una non meglio definita fase successiva.<br \/>\nOggi sono tre i punti centrali rispetto alle mobilitazioni che si stanno producendo:<br \/>\n1) La questione del debito<br \/>\n2) Le crisi industriali e in generale la crisi occupazionale<br \/>\n3) La questione dei diritti del lavoro e la prospettiva di una vita di precariet\u00e0 permanente.<br \/>\nGrida vendetta al cielo il fatto che mentre la destra si attrezza a rispondere alla crisi sul suo terreno, non esista ancora una seria piattaforma programmatica di sinistra capace di parlare al movimento in campo e di cogliere la sua radicalit\u00e0, sintetizzata dalla parola d\u2019ordine \u201cnon pagheremo la vostra crisi\u201d.<br \/>\nIl nostro partito deve essere identificato come il partito del pubblico, delle nazionalizzazioni, del controllo dal basso, da parte dei lavoratori organizzati e degli strati popolari di quelle risorse che ieri, nella fase del liberismo trionfante, venivano massicciamente spostate dal basso verso l\u2019alto e oggi vengono nuovamente dirottate dallo Stato a beneficio di coloro che sono i primi responsabili della crisi.<br \/>\nIl tema della nazionalizzazione delle principali leve dell\u2019economia (sistema bancario, settori strategici dell\u2019industria, delle comunicazioni, della grande distribuzione, del patrimonio immobiliare) diventa rapidamente comprensibile a milioni di persone di fronte al dilagare di licenziamenti, crisi, chiusure aziendali e al tentativo di rilanciare in grande stile le privatizzazioni.<br \/>\nCi limitiamo ad indicare un pacchetto rivendicativo generale che andr\u00e0 sviluppato con una discussione approfondita nel movimento oltre che nelle nostre fila:<br \/>\n1) Forte tassazione progressiva dei patrimoni e delle grandi rendite.<br \/>\nIl debito \u00e8 stato fatto dai padroni e dai banchieri perch\u00e8 per loro a differenza dei comuni mortali il debito non \u00e8 fonte di perdita ma di guadagno. Attraverso la leva del debito in 20 anni sono riusciti a dirottare 8 punti di Pil da salari e pensioni verso la rendita e il profitto. Facciamo nostra la parola d\u2019ordine del movimento greco: noi il debito non lo paghiamo! Verranno indennizzati solo i piccoli risparmiatori.<br \/>\n2) Blocco delle liberalizzazioni e delle privatizzazioni del patrimonio industriale del paese. Nazionalizzazione sotto il controllo operaio delle fabbriche che minacciano la chiusura. Blocco dei licenziamenti.<br \/>\n3) Difesa ad oltranza dei beni comuni che devono essere pubblici sotto il controllo dei lavoratori e dei cittadini.<br \/>\n4) Nazionalizzazione delle banche, delle immobiliari, delle finanziarie e delle compagnie assicurative sotto il controllo e la gestione democratica dei lavoratori. Le banche devono essere utilizzate nell\u2019interesse generale della societ\u00e0. Vanno indennizzati solo i piccoli azionisti. La nazionalizzazione delle banche \u00e8 l\u2019unico modo per garantire risparmi e depositi della gente comune. Vista l\u2019importanza strategica di Cassa Depositi e Prestiti il nostro no a qualsiasi ipotesi di privatizzazione di Bancoposta deve essere netta. Si blocca tale privatizzazione salvaguardando l\u2019unicit\u00e0 di Poste Italiane.<br \/>\n5) Ritiro dell\u2019articolo 8 e difesa dell\u2019articolo 18 esteso a tutti i lavoratori. Abolizione del pacchetto Treu, della legge 30 e di tutti i dispositivi che in questi anni hanno precarizzato il mondo del lavoro. Abolizione della Bossi-Fini e di tutte le leggi contro gli immigrati, diritti di cittadinanza per tutti.<br \/>\n6) Ritiro dei progetti delle cosiddette Grandi Opere: Tav e ponte sullo stretto per prime, ma anche progetti quali il Terzo valico e la gronda autostradale in Liguria.<br \/>\n7) Su queste basi sarebbe possibile raddoppiare i finanziamenti per il welfare, l\u2019istruzione, la sanit\u00e0 che devono rimanere pubblici sotto un controllo democratico e partecipato.<br \/>\n8) Abolizione dei finanziamenti alle scuole e alla sanit\u00e0 privata e dei privilegi per la Chiesa cattolica (dall\u20198 per mille all\u2019esenzione dell\u2019Ici).<br \/>\n9) No agli aumenti dell\u2019et\u00e0 pensionabile, ritorno a un sistema pensionistico pubblico, universale e basato sul sistema retributivo. Scorporo di previdenza e assistenza (quest\u2019ultima deve passare in carico alla fiscalit\u00e0 generale) e riassorbimento delle forme di previdenza integrativa nel sistema pubblico.<br \/>\n10) Riduzione generalizzata dell\u2019orario di lavoro a parit\u00e0 di salario.<br \/>\n11) Ripristino della scala mobile. I sindacati e le associazioni dei consumatori devono elaborare l\u2019effettivo indice per calcolare l\u2019inflazione reale.<br \/>\n12) Per un piano idrogeologico pubblico dedito alla tutela del territorio, alla costruzione di infrastrutture\u00a0 ecocompatibili e la riconversione energetica (energie alternative).<br \/>\n13) Salario minimo intercategoriale (Smi) fissato per legge indicizzato all\u2019inflazione: non si lavora per meno di 1000 euro netti al mese, quale che sia la tipologia contrattuale.<br \/>\n14) Salario minimo garantito per disoccupati ai due terzi dello Smi.<br \/>\n15) Reintroduzione dell\u2019equo canone (affitto delle case non superiore al 20% del salario), esproprio delle case sfitte in mano alle grandi immobiliari e costituzione di un piano di lavori pubblici teso alla difesa del patrimonio immobiliare pubblico (case popolari, scuole, ospedali, strade, ecc.)<br \/>\n16) tutela dell\u2019occupazione femminile, paga uguale per pari mansione, corsi professionalizzanti, tutela della maternit\u00e0, per il diritto alla continuit\u00e0 lavorativa.<br \/>\n17) Socializzazione del lavoro domestico, attraverso un piano di investimenti pubblici in mense popolari, lavanderie pubbliche, asili nido, ecc, che dia occupazione e allo stesso tempo liberi le donne dal cosiddetto \u201cdoppio turno\u201d.<br \/>\nQuesto programma implica una prospettiva di rottura dei vincoli imposti dall\u2019Unione europea: trattato di Maastricht, Patto di stabilit\u00e0, Trattato di Lisbona, statuto della Bce ecc., fino ai recenti accordi relativi alla gestione delle crisi debitorie (Patto euro plus). All\u2019Unione europea del capitale contrapponiamo una libera e volontaria federazione socialista dei popoli europei.<\/p>\n<p>10. Quale battaglia per i \u201cbeni comuni\u201d<\/p>\n<p>La vittoria dei referendum sull\u2019acqua pubblica ha segnalato in modo dirompente come oggi possa essere maggioritaria la prospettiva di una economia pubblica e il rifiuto dell\u2019ondata privatizzatrice che per trent\u2019anni ha segnato non solo l\u2019economia, ma anche la coscienza diffusa. Di qui l\u2019urgenza di una precisa posizione da parte nostra rispetto al dibattito che ha attraversato il movimento per l\u2019acqua.<br \/>\nSi ripropone un dibattito che ha attraversato tutti i movimenti a partire dal 2001 passando per il movimento in difesa della scuola e dell\u2019universit\u00e0 pubblica, numerose lotte ambientali, ecc., all\u2019interno dei quali ampi settori hanno abbracciato la posizione che la difesa dei \u201cbeni comuni\u201d possa portare ad immaginare la crescita di un settore dell\u2019economia \u201cn\u00e9 pubblico n\u00e9 privato\u201d, ma \u201coltre\u201d queste forme. Si tratta di una posizione radicale nella critica ma inconsistente nella proposta, ovvero nell\u2019illusione che si possa semplicemente \u201caggirare\u201d, \u201cignorare\u201d o \u201cdisperdere\u201d il potere della classe dominante (tanto quello economico quanto quello politico e statale). A questa si legano le proposte sul reddito sociale nella loro forma \u201cnon lavorista\u201d, ossia slegate dalla prospettiva del conflitto di classe. Seppure \u00e8 indiscutibile che l\u2019esistenza di queste diverse posizioni non precluda la possibilit\u00e0 di costruire fronti di lotta comune come \u00e8 stato appunto nel movimento per l\u2019acqua, \u00e8 altrettanto necessario segnalare tutti i pericoli impliciti in tali posizioni.<br \/>\nL\u2019illusione di potere aggirare il nodo della propriet\u00e0 pu\u00f2 aprire la strada a sviluppi assai negativi, poich\u00e9 l\u2019idea che possano esistere beni economici n\u00e9 pubblici, n\u00e9 privati all\u2019interno di un sistema che rimane nel suo insieme dominato dal mercato e dai meccanismi capitalistici porta fatalmente o alla scomparsa, o all\u2019assorbimento all\u2019interno di logiche di ristrutturazione del sistema, come dimostra ampiamente la traiettoria del Terzo settore, che ha trasformato numerosissime realt\u00e0 di volontariato in vere e proprie incubatrici di processi di privatizzazione all\u2019interno delle logiche della sussidiariet\u00e0 e del \u201cprivato sociale\u201d funzionali ai processi di smantellamento dello Stato sociale, oltre che spesso luogo di supersfruttamento e precarizzazione dilagante dei lavoratori.<br \/>\nL\u2019unico sviluppo coerente della lotta per i beni comuni \u00e8 nella rivendicazione della propriet\u00e0 pubblica e del controllo dei lavoratori e dei cittadini su aziende nazionalizzate. Anche qui ci aiuta l\u2019esperienza latinoamericana, dove non a caso le punte pi\u00f9 avanzate dei movimenti di occupazione di aziende chiuse o sottoutilizzate si sono orientate alle parole d\u2019ordine della nazionalizzazione, del controllo operaio e al tentativo di costruire forme consiliari di organizzazione. \u00c8 su questa prospettiva che dobbiamo intervenire nel dibattito attorno alla proposta di Costituente dei beni comuni: una proposta che pu\u00f2 costituire un significativo passo avanti se indirizza alla creazione di un fronte pi\u00f9 ampio di lotta per la ripubblicizzazione di tutti i settori privatizzati in questi vent\u2019anni e capace di promuovere la costruzione di strumenti di controllo operaio sulle aziende pubbliche, sulle reti strategiche (energia, telecomunicazioni, acqua), in una parola di inserire la lotta per i beni comuni in una prospettiva di classe e anticapitalista.<br \/>\nDecisiva \u00e8 la mobilitazione che si sta portando avanti in Val Susa contro il Tav. Un movimento nato per difendere un \u201cbene comune\u201d e che velocemente ha saputo fare un salto di qualit\u00e0 sia nel livello di partecipazione e nella capacit\u00e0 di fare egemonia, sia nella consapevolezza delle dinamiche che rendono fondamentale per la borghesia italiana la costruzione di questa come di altre opere. A chi ha portato e porta avanti coerentemente questa vertenza \u00e8 chiaro \u201cchi ci guadagna\u201d e \u201cchi ci rimette\u201d. In questa consapevolezza diffusa \u00e8 presente, a livello embrionale o conscio a seconda dei soggetti, il carattere di classe del movimento. Il nostro compito \u00e8 far emergere questo carattere e dargli una forma compiuta. Ma anche in questo campo la nostra ambiguit\u00e0 \u00e8 stata un freno al radicamento in una lotta e un contesto di grande potenzialit\u00e0 per un partito comunista. Da un lato i compagni attivi nella valle, presenti fin dall\u2019inizio e che hanno contribuito in maniera spesso decisiva allo sviluppo del movimento. Dall\u2019altro un continuo rincorrere il centro sinistra e il Pd, convinti sostenitori dell\u2019opera e in prima linea nel chiedere la massima repressione del movimento, a livello istituzionale. Lo spazio guadagnato dal movimento cinque stelle e da Grillo \u00e8 anche conseguenza di questa ambiguit\u00e0. Anche in questo contesto non \u00e8 sufficiente la presenza del segretario nazionale ad una o pi\u00f9 manifestazioni in valle. \u00c8 necessaria una chiara collocazione nel conflitto e all\u2019opposizione di tutti coloro che sostengono la costruzione dell\u2019opera. Solo cos\u00ec potr\u00e0 essere messo a frutto il lavoro dei nostri compagni in termini di radicamento, influenza politica e militanza.<br \/>\nIn assenza di questa prospettiva, la proposta della costituente rischia di ripetere l\u2019esperienza dei Social Forum del 2001-2002, capaci nella fase ascendente del movimento di aggregare una partecipazione di massa, ma poi rapidamente burocratizzati e svuotati dalla logica di mediazione di vertice fra le varie componenti presenti al loro interno, nessuna delle quali si dimostr\u00f2 disposta a costruire forme autentiche di democrazia nel movimento.<\/p>\n<p>11. Per il partito di classe<\/p>\n<p>Lo scarto che dobbiamo superare riguarda anche la debolezza del nostro partito, la sua perdita di consistenza, credibilit\u00e0 e radicamento, e la urgente necessit\u00e0 di ricostruire una autentica rappresentanza di classe nel nostro paese. La risposta a questo punto decisivo non risiede nelle alchimie organizzative che da oltre un decennio hanno infestato il dibattito della sinistra, ma nell\u2019assunzione di una prospettiva generale da fare vivere all\u2019interno di tutti i contesti nei quali operiamo, a partire dai movimenti di massa.<br \/>\nLa crisi che ha investito il movimento operaio deve quindi trovare una risposta teorica, ma anche la proposta di un percorso di costruzione credibile. A nostro avviso esistono forze di molto superiori a quelle ad oggi organizzate nel Prc che possono essere mobilitate attorno alla costruzione del partito di classe. Ossia: i quadri della classe che sostengono il conflitto nei suoi momenti pi\u00f9 avanzati sono anche quelli che devono farsi carico della costruzione di una forza politica all\u2019altezza delle loro necessit\u00e0; in assenza di ci\u00f2, il conflitto verr\u00e0 inquadrato nell\u2019alveo dell\u2019alternanza di governo come \u00e8 stato negli anni \u201990 e 2000. \u00c8 in questa direzione che proponiamo di investire tutte le forze organizzate oggi nel nostro partito.<br \/>\nStoricamente in pi\u00f9 occasioni, in presenza di una crisi profonda delle organizzazioni di classe, sono stati appunto attivisti d\u2019avanguardia a farsi carico della costruzione di organizzazioni che potessero dare espressione politica al movimento operaio; senza volere proporre modelli, abbiamo presente situazioni quali il Pt brasiliano, il Psuv venezuelano, la stessa storia del partito comunista in Italia ai suoi albori, che seppe fondare la sua battaglia su quanto di meglio era stato espresso dal movimento operaio nel Biennio Rosso. Ci sentiamo di riproporre le parole di Gramsci pochi mesi prima della fondazione del Pcdi come un utile orientamento:<br \/>\n\u201c(&#8230;) Noi abbiamo sempre ritenuto che dovere dei nuclei comunisti esistenti nel Partito (socialista \u2013 NdR) sia quello di non cadere nelle allucinazioni particolaristiche (problema dell\u2019astensionismo elettorale, problema della costituzione di un partito \u201cveramente\u201d comunista) ma di lavorare a creare le condizioni di massa in cui sia possibile risolvere tutti i problemi particolari come problemi dello sviluppo organico della rivoluzione comunista. Pu\u00f2 infatti esistere un partito comunista (che sia partito d\u2019azione e non accademia di puri dottrinari e di politicanti, che pensano \u201cbene\u201d e si esprimono \u201cbene\u201d in materia di comunismo) se non esiste in mezzo alla massa lo spirito di iniziativa storica e la aspirazione all\u2019autonomia industriale che devono trovare il loro riflesso e la loro sintesi nel Partito comunista?\u201d Ravvisiamo in queste righe il nesso fra le battaglie che segnarono la nascita dei Consigli di fabbrica, ossia una delle esperienze rivoluzionarie fondamentali nella storia del movimento operaio italiano, con la creazione del partito rivoluzionario allora incarnato dal Partito comunista d\u2019Italia e un indispensabile richiamo alla connessione tra forma e contenuto, tra movimento reale di massa e le sue espressioni organizzate.<\/p>\n<p>12. Le forze disponibili<\/p>\n<p>Al di fuori del nostro partito, queste forze esistono oggi: nella Fiom; nella sinistra Cgil; in un settore dei sindacati di base; in un settore delle scissioni di sinistra del Prc; nel movimento in difesa della scuola pubblica e dei beni comuni; queste forze inoltre si allargheranno significativamente in base all\u2019onda crescente che a partire dalle elezioni amministrative e dai referendum della primavera di quest\u2019anno, che porta migliaia di persone e in particolare di giovani verso la partecipazione politica attiva.<br \/>\nIl punto non \u00e8 fare una sommatoria, ma indicare il conflitto di classe come fulcro per l\u2019aggregazione di queste forze. Non \u00e8 in discussione che la classe operaia debba essere in grado di stabilire alleanze e fronti di lotta con altri settori sociali e movimenti, la questione dirimente \u00e8 chi eserciter\u00e0 la funzione centrale e dirigente in tale fronte. Il 16 ottobre 2010 ha mostrato almeno potenzialmente come attorno al conflitto operaio si possa costituire un fronte estremamente vasto, capace di rompere gli equilibri del bipolarismo di liberarsi della tutela del Pd innanzitutto sul piano ideologico e programmatico. \u00c8 quello il modello da perseguire.<\/p>\n<p>13. Rappresentanza operaia o rappresentanza burocratica?<\/p>\n<p>Il livello di coscienza e combattivit\u00e0 crescenti dimostrato in tante mobilitazioni degli ultimi anni non trova quindi riferimenti credibili in alcuna forza politica nella sinistra italiana. Il partito di Pomigliano, il partito di Fincantieri oggi non esiste. \u00c8 tutto da costruire; le lotte sono pi\u00f9 avanti delle organizzazioni: questa \u00e8 la nuda realt\u00e0. Non a caso la Fiom si \u00e8 trovata a svolgere un ruolo di riferimento politico al di l\u00e0 della semplice battaglia sindacale, come manifestato chiaramente nella piazza del 16 ottobre e nello sciopero del 28 gennaio.<br \/>\nTale questione \u00e8 dominante nella coscienza di tutti i settori pi\u00f9 avanzati del movimento, in particolare di quelli che sono stati in prima fila protagonisti delle mobilitazioni di questi anni. Quale sindacato, quale partito, quale programma possono esprimere in forma compiuta le istanze che si sono manifestate negli scioperi e nelle piazze?<br \/>\nIl problema si pone in forma speculare anche negli apparati sindacali privi di riferimenti e \u201ccopertura\u201d politica. La lettura burocratica di questo problema storico porta a scelte di\u00a0 fiancheggiamento o costruzione di \u201ccoalizioni\u201d che hanno assunto la forma di una struttura quale \u201cuniti contro la crisi\u201d, il rapporto di una parte del gruppo dirigente della Fiom con Sel; altre tendenze danno una risposta ancora pi\u00f9 moderata allo stesso problema (Lavoro e libert\u00e0 promossa da Bertinotti e Cofferati) che fanno il paio con l\u2019associazione, nata dalla fusione tra Socialismo 2000 e Lavoro Solidariet\u00e0; quest\u2019ultima propone la costruzione di un \u201cpartito del lavoro\u201d tutto interno all\u2019alleanza di centrosinistra.<br \/>\nDobbiamo condurre una classica battaglia di egemonia su questo terreno, ossia essere la parte militante che lotta coerentemente contro queste espressioni moderate e che al problema della \u201crappresentanza del lavoro\u201d risponde che essa pu\u00f2 essere costruita solo in base a un autentico protagonismo dei lavoratori e delle lavoratrici e alla irriducibilit\u00e0 dei loro interessi alle compatibilit\u00e0 di un sistema in crisi.<\/p>\n<p>14. No a un nuovo centrosinistra, per un polo della sinistra di classe.<\/p>\n<p>La crisi protratta del governo Berlusconi nasce da due esigenze contrapposte della borghesia: da un lato non si ritiene possibile applicare il programma di lacrime e sangue dettato dai \u201cmercati\u201d con un governo screditato che affoga negli scandali e le cui priorit\u00e0 sono dettate sempre pi\u00f9 dalle necessit\u00e0 di sopravvivenza di un parlamento di nominati. D\u2019altro canto temono che una crisi di governo nel contesto attuale possa diventare ingovernabile e soprattutto temono \u201cla piazza in rivolta\u201d, come lucidamente paventato dall\u2019ex ministro Pisanu.<br \/>\nDa qui i tentativi di una transizione il pi\u00f9 possibile pilotata, le ipotesi di salvacondotti giudiziari per Berlusconi se accettasse di farsi da parte e i frenetici tentativi di lanciare sulla scena politica i vari Monti, Montezemolo, Profumo.<br \/>\nQualsiasi alternativa deve necessariamente coinvolgere il Pd, si tratta quindi di zavorrare il pi\u00f9 possibile tale ipotesi per garantire che il futuro governo, quale che sia, si muova rigidamente nei binari tracciati. La preferenza \u00e8 quindi per una soluzione di Grande coalizione, una forma di unit\u00e0 nazionale che eviti elezioni immediate ma soprattutto che sia capace di blindarsi per imporre nuovi e pi\u00f9 pesanti sacrifici ai lavoratori.<br \/>\nIl presidente della repubblica Napolitano \u00e8 il principale interprete di questa spinta. Il Pd per parte sua ha fornito l\u2019ennesima conferma della sua totale subordinazione agli interessi capitalistici nazionali e internazionali mettendosi a disposizione per sostenere tanto l\u2019intervento militare in Libia e rinunciando a una seria opposizione alle manovre economiche di Tremonti. Nella crisi del berlusconismo vediamo quindi gi\u00e0 prefigurarsi gli equilibri successivi.<br \/>\nLa crisi politica pu\u00f2 sfociare in coalizioni di unit\u00e0 nazionale o in un nuovo centrosinistra. Ma il punto fondamentale \u00e8 che, quale che sia la formula politica, il programma \u00e8 gi\u00e0 dettato: il futuro governo non potr\u00e0 che applicare la medesima politica di tagli, austerit\u00e0, demolizione dei diritti che in tutta Europa tanto i governi di destra come quelli di centrosinistra portano avanti in maniera omogenea. Il governo Berlusconi \u00e8 indubbiamente il peggior governo nella storia della Repubblica, ma il punto fondamentale per determinare il nostro orientamento \u00e8 che quanto di peggio ha elaborato sul piano sociale ed economico non viene eliminato con un semplice cambio della guardia a Palazzo Chigi. Al contrario, proprio le forze borghesi che oggi sono in prima linea nel criticarne l\u2019operato, reclamano a gran voce ulteriore rigore, flessibilit\u00e0, privatizzazioni, controriforme allo stato sociale. Il punto quindi non \u00e8 solo come battere Berluconi, ma come sconfiggere Marcegaglia, Marchionne, Napolitano, Draghi\u2026<br \/>\nSignificativo l\u2019esempio di Alessandro Profumo, ex amministratore delegato di Unicredit in procinto di una possibile \u201cdiscesa in campo\u201d politica, propone di tagliare non 80 o 130, ma 400 miliardi di euro dal bilancio pubblico, come terapia d\u2019urto per ridurre il debito, trovando per giunta immediato sostegno in un settore del Pd.<br \/>\nNasce da queste semplici constatazioni l\u2019esigenza imprescindibile per noi di mantenere la nostra opposizione strategica al Pd e di farci promotori di un polo della sinistra di classe con le forze che condividano questa discriminante fondamentale.<\/p>\n<p>15. Sui fallimentari progetti a sinistra<\/p>\n<p>Il rifiuto di assumere questa prospettiva, cio\u00e8 di rompere una volta per tutte il cordone ombelicale con le varie ipotesi di \u201cnuovo centrosinistra\u201d, porta il dibattito a sinistra ad avvitarsi in un balletto infinito di posizionamenti e controposizionamenti (primarie, primarie di programma, aggregazioni elettorali, ecc.) che se da un lato appassiona irresistibilmente i gruppi dirigenti orfani di governi e postazioni istituzionali, dall\u2019altro costituisce un ostacolo permanente allo sviluppo di quel conflitto di massa e radicale che, solo, pu\u00f2 portare a sconfiggere questo governo e soprattutto ad aprire una prospettiva diversa da quelle gi\u00e0 in gestazione nei piani alti del potere economico e politico.<br \/>\nNessuna delle proposte fin qui avanzate dal gruppo dirigente per intervenire nella crisi politica ha avuto alcun esito: non la Federazione della sinistra, non la proposta di gruppi istituzionali unitari con Sel e Idv, non le diverse variazioni sul tema del fronte democratico in funzione antiberlusconiana. Da oltre due anni il Prc viene impantanato in una discussione sempre pi\u00f9 surreale e contorta il cui unico risultato \u00e8 di spostare progressivamente verso destra la linea politica: si \u00e8 passati dal dichiararsi strategicamente alternativi al Pd al proporre una semplice alleanza elettorale, poi trasformata in una proposta di appoggio esterno a un eventuale governo, fino a teorizzare che oggi non potremmo assumere la stessa posizione che venne sostenuta nel 1998 (rottura col primo governo Prodi).<br \/>\nLe discriminanti vanno tracciate non in rapporto ad avvenimenti superficiali legati agli schieramenti elettorali, ma basandosi sugli elementi fondamentali dello scontro di classe. La prospettiva di alternanza di governo implica necessariamente il coinvolgimento del Pd e un tentativo di patto sociale con la maggioranza della Cgil. La sinistra di classe, a partire dal nostro partito, deve essere il punto di riferimento per chiunque intenda avversare questi due tentativi e mantenersi sul terreno del conflitto.<br \/>\nDobbiamo batterci con coerenza contro tutti i tentativi di offuscare questa divisione e di ricondurci sul terreno di un nuovo centrosinistra. L\u2019accordo del 28 giugno firmato da tutte le parti sociali prefigura precisamente quel tipo di sbocco, e non a caso ha avuto non solo l\u2019entusiasta appoggio del Pd, ma ha anche messo a nudo l\u2019ipocrisia e le contraddizioni di Sel, che tenta appunto di accreditarsi come unica sinistra capace di incidere nei processi in quanto inserita nella prospettiva di un rinnovato centrosinistra. Sel non ha potuto n\u00e9 sostenere l\u2019accordo, n\u00e9 prendere una posizione realmente contraria, precisamente perch\u00e9 entrando nel merito delle vere discriminanti di classe (applicazione del modello Marchionne, deroghe ai contratti nazionali di lavoro, democrazia sindacale, ecc.) l\u2019accordo di giugno costringeva ad uscire dal terreno fumoso delle \u201cnarrazioni\u201d con relativo contorno di primarie, lotte per la leadership, ecc., mettendo in luce la subalternit\u00e0 di Vendola.<br \/>\nProprio per questo dobbiamo rifiutare con nettezza quei terreni di scontro che tendono ad offuscare le reali discriminanti di classe: l\u2019esatto contrario di quanto fatto dalla maggioranza del nostro partito, che accettando la proposta delle \u201cprimarie di programma\u201d e in generale la logica di coalizione, contribuisce, nonostante dichiari il contrario, precisamente al successo di quelle forze di sinistra moderata che a parole si dichiara di voler combattere.<br \/>\nIl punto pi\u00f9 importante \u00e8 che anche un governo senza Berlusconi non sar\u00e0 nelle condizioni di addormentare il conflitto sociale come pure fece il primo centrosinistra negli anni \u201990. La situazione sociale \u00e8 troppo deteriorata, la portata delle misure richieste dal padronato \u00e8 troppo devastante per potere immaginare che passino senza una opposizione di massa nel paese, come peraltro si \u00e8 visto in Europa dove le contestazioni non hanno certo risparmiato i governi socialisti (Spagna, Grecia). \u00c8 questa la prospettiva che dobbiamo mettere al centro della nostra strategia.<\/p>\n<p>16. Milano e Napoli: due lezioni importanti<\/p>\n<p>L\u2019idea che dalle primarie potessse venire la spinta per un forte cambiamento e per superare il moderatismo del Pd era emersa enormemente rafforzata dopo le elezioni comunali di Milano. Tuttavia sono bastati pochi mesi per mostrare come il vento del cambiamento che pure si era espresso nel voto \u00e8 stato rapidamente spento nelle scelte della giunta. Pisapia ha immediatamente aperto ai centristi dell\u2019Udc, escludendo contestualmente il nostro partito dalla giunta; ha confermato le decisioni della giunta Moratti in merito alla decisiva questione dell\u2019Expo e del PGT, ha aumentato il biglietto del trasporto pubblico del 50 per cento.<br \/>\nIl nostro partito si \u00e8 trovato senza neppure rendersene conto in una posizione di opposizione quando pensava invece di essere entrato nella plancia di comando di Palazzo Marino. A tutto questo si aggiunge l\u2019inchiesta sulle aree ex Falck, che mette in luce una volta di pi\u00f9 come il Pd sia del tutto interno alle logiche di gestione del potere, degli affari e del territorio che hanno segnato questi ultimi decenni in Lombardia come dappertutto. La prospettiva rimane per noi quella di costruire una opposizione efficace e radicata.<br \/>\nSe Pisapia \u00e8 un candidato interno alla borghesia milanese tanto quanto la Moratti, De Magistris era un outsider che al momento della sua elezione non aveva schierati dietro di s\u00e9 i poteri forti del territorio campano. In un contesto politico e sociale quale quello napoletano De Magistris, per mantenere il consenso conquistato, potrebbe essere spinto a compiere scelte che approfondiscano questa contraddizione. Abbiamo qui una opportunit\u00e0, ma anche un pericolo: esiste il rischio reale che nella crisi della sinistra e nella crescente radicalizzazione sociale la rabbia e lo scontento creino la base per movimenti populisti che ammantandosi di una retorica antisistema raccolgano attorno alla figura del \u201csalvatore\u201d di turno il consenso di settori significativi di lavoratori e di settori popolari. Fenomeni che sono stati e sono tipici dei paesi latinoamericani e non solo, dove pi\u00f9 volte gli errori disastrosi delle forze di sinistra, in particolare comuniste, hanno aperto la strada a movimenti populisti che hanno poi preso gli sviluppi pi\u00f9 diversi, offuscando la necessit\u00e0 di un partito di classe che rappresenti un punto di riferimento per quei settori di lavoratori e di popolazione che si riconoscono in un\u2019istanza di cambiamento radicale.<br \/>\nA Napoli il Prc pu\u00f2 combattere una battaglia egemonica anche a partire dall\u2019attuale collocazione in maggioranza, alla quale peraltro siamo giunti in base a circostanze che ci hanno favorito al di l\u00e0 e contro le scelte compiute dal gruppo dirigente: sbagliato fu infatti partecipare alle primarie, e solo lo scandalo esploso nel Pd, che ha portato all\u2019annullamento delle stesse primarie, ha permesso che emergesse la figura di De Magistris come candidato \u201cdi rottura\u201d. Gli errori successivi di Sel, che nel primo turno appoggi\u00f2 il candidato del Pd Morcone, ci ha poi consegnato in modo del tutto inopinato una posizione di obiettivo vantaggio, quale unico partito di sinistra all\u2019interno della coalizione di De Magistris. La nostra politica andr\u00e0 calibrata sul criterio fondamentale di non entrare in contrasto con i nostri referenti sociali e di impedire che le speranze iniziali vengano spente come gi\u00e0 avvenne col \u201claboratorio campano\u201d dei primi anni \u201990, che sfoci\u00f2 nella costruzione di un sistema di potere che per quasi vent\u2019anni ha egemonizzato la Campania rispetto al quale il Prc fu largamente subalterno, finendone stritolato.<\/p>\n<p>17. Bilancio di Chianciano. Requiem per la \u201csvolta a sinistra\u201d<\/p>\n<p>Il bilancio della \u201csvolta di Chianciano\u201d \u00e8 presto tratto: il sussulto della militanza che imped\u00ec nel 2008 la vittoria della proposta apertamente liquidatrice del partito \u00e8 stato soffocato nel giro di un anno e rimpiazzato con una linea che, sostenuta da una diversa maggioranza all\u2019interno del partito, ha collezionato una serie di fallimenti a catena nei suoi punti fondamentali.<\/p>\n<p>18. Una strategia di classe nella battaglia sindacale<\/p>\n<p>Fallimentare e assurda \u00e8 stata la politica sindacale del partito, che ci ha portato a negare il sostegno alla battaglia della Fiom nel congresso della Cgil e a legarci alla componente di Lavoro e societ\u00e0 che in tutta questa fase si \u00e8 schierata come vera e propria guardia pretoriana della maggioranza. La contraddizione diventa insopportabile dopo la firma dell\u2019accordo del 28 giugno, al quale il partito si oppone con posizione unanime del Cpn, ma senza poter poi applicare tale decisione per non aprire il conflitto nella Federazione della sinistra.<br \/>\n\u00c8 necessario dotarci di una strategia sindacale coerente e di lungo periodo, senza la quale \u00e8 impossibile costruire un serio radicamento nei luoghi di lavoro. Dobbiamo essere in prima fila nella battaglia per la costruzione di una seria opposizione nella Cgil, che non si consumi nelle battaglie di apparato e di organismi, ma si radichi sistematicamente nelle categorie e nei luoghi di lavoro, impugnando le battaglie pi\u00f9 avanzate, a partire da quella per la difesa e la riconquista dei contratti nazionali di lavoro, senza riunciare alla necessaria azione autonoma e alla critica anche verso il gruppo dirigente della Fiom, dove e quando questa si renda necessaria. Dobbiamo avanzare e praticare percorsi di autorganizzazione e collegamento dal basso fra le Rsu e i lavoratori, non in alternativa alla necessaria battaglia nelle strutture sindacali, ma come elemento indispensabile per allargare la partecipazione per fare avanzare rivendicazioni pi\u00f9 radicali e metodi di lotta e organizzazione che rendano i lavoratori stessi protagonisti e dirigenti delle proprie battaglie, sfidando le burocrazie di tutte le sfumature, nel sindacato confederale come nei sindacati di base.<br \/>\nLe linee guida della nostra battaglia sono: riconquista del contratto nazionale con tutela universale e livelli salariali dignitosi; lotta alla precariet\u00e0 e per l\u2019abolizione della legge 30 e di tutte le leggi precarizzanti; lotta alla frantumazione delle forme contrattuali; lotta alla flessibilizzazione e all\u2019estensione dell\u2019orario di lavoro (lavoro festivo, notturno, turnazioni sempre pi\u00f9 incompatibili con la vita sociale e la salute, dilagare dello straordinario obbligatorio); controllo sulle modalit\u00e0 e l\u2019intensit\u00e0 della prestazione lavorativa; contro l\u2019offensiva che (da Marchionne a Sacconi) mira al controllo totale da parte dell\u2019azienda sul lavoratore; piena democrazia sindacale e nei luoghi di lavoro, controllo dei lavoratori sulle loro rappresentanze, sulle piattaforme e gli accordi.<br \/>\nLa costruzione dell\u2019area alternativa \u201cla Cgil che vogliamo\u201d sconta \u2013 anche per ragioni oggettive \u2013 una impostazione che limita la battaglia a una logica di posizionamento, giocando sempre di rimessa rispetto alle scelte della maggioranza e cercando di superare le proprie debolezze costruendo relazioni politiche con forze politiche o \u201cdi movimento\u201d le quali diventano poi il veicolo per condizionarne le posizioni in senso moderato. Evidente \u00e8 il rischio che \u201cUniti contro la crisi\u201d, che nasceva dalla giusta esigenza di creare un fronte di alleanze attorno alla battaglia della Fiom, finisca completamente risucchiata da queste logiche. La nostra battaglia deve ribaltare questa dinamica, proponendo la costruzione dell\u2019opposizione nella Cgil come strumento per sviluppare il conflitto nei luoghi di lavoro, assumendo i bisogni dei lavoratori e la loro capacit\u00e0 di conflitto come unica bussola e discriminante, contro ogni compatibilit\u00e0 dettata dagli apparati e dalle loro relazioni politiche nel campo del centrosinistra. Parallelamente il partito deve essere impegnato tramite i suoi militanti nel percorso di unificazione del sindacalismo di base, un progetto quanto mai necessario, ma che non pu\u00f2 essere imposto con operazioni di vertice \u201ca freddo\u201d.<br \/>\nSolo attraverso lo sviluppo di un movimento di massa si possono superare divisioni, travalicando i recinti organizzativi e le gelosie di apparato o di micro apparato. Un nuovo movimento dei consigli, autoconvocato dal basso cos\u00ec come si \u00e8 visto in altre fasi storiche (Autunno caldo, 1984, 1992-93) \u00e8 oggi un obiettivo possibile al quale lavorare e pu\u00f2 determinare quell\u2019unit\u00e0 di classe compromessa dall\u2019azione di sigle in competizione tra loro, superando anche il muro costruito dalla burocrazia per separare i militanti della Cgil da quelli del sindacalismo di base.<\/p>\n<p>19. Prendere atto del fallimento della Federazione della Sinistra<\/p>\n<p>La Fds rappresenta il condensato degli errori di questi due anni. Ha ingabbiato il partito in una struttura antidemocratica che ne ha limitato l\u2019autonomia e lo ha costantemente condizionato in direzione moderata. Ha sancito un legame inaccettabile con una componente sindacale, Lavoro e Societ\u00e0, obiettivamente incompatibile con la urgente necessit\u00e0 di collocare i lavoratori e i militanti sindacali iscritti al nostro partito su una chiara posizione di critica e opposizione al percorso assunto dalla maggioranza del gruppo dirigente Cgil.<br \/>\nDue esempi sono stati particolarmente clamorosi: il primo riguarda il voto favorevole espresso a maggioranza nel direttivo della Cgil (al quale si \u00e8 associata Lavoro e societ\u00e0) che di fatto legittimava l\u2019intervento militare in Libia; il secondo \u00e8 il gi\u00e0 citato accordo del 28 giugno, con l\u2019aggravante che la Fds ha di fatto sconfessato il suo portavoce nazionale che aveva espresso un giudizio di netta critica dell\u2019accordo, giudizio che non \u00e8 stato confermato dell\u2019organismo dirigente della Fds stessa, dove la decisione assunta a maggioranza \u00e8 stata di non esprimere alcun voto al riguardo.<br \/>\nAnche sul terreno elettorale la Fds \u00e8 stata strumento per imporre posizioni moderate anche laddove la larga maggioranza dei militanti del Prc era contraria, come ad esempio nel caso della candidatura Bonino alle elezioni regionali del Lazio.<br \/>\nLa Fds ha anche favorito episodi di vero e proprio trasformismo, posto che il suo funzionamento antidemocratico favorisce la rappresentanza di piccoli gruppi senza alcun radicamento reale e con posizioni politiche a volte molto discutibili, a tutto danno della militanza autentica la quale non ha alcuno strumento per impedire simili fenomeni.<br \/>\nIl congresso nazionale deve pertanto deliberare di conseguenza e in particolare respingere ogni tentativo di cedere la sovranit\u00e0 del partito su determinate materie (presentazioni elettorali, gruppi istituzionali, ecc.).<\/p>\n<p>20. Quale modello di partito?<\/p>\n<p>Avanziamo la proposta del partito di classe senza autoreferenzialit\u00e0, come uno dei soggetti che mira alla costruzione di una aggregazione di classe nel nostro paese.<br \/>\nAbbiamo visto forti elementi di autorganizzazione e radicalit\u00e0 operaia (Innse, Pomigliano, Terim, Fincantieri\u2026), l\u2019idea di occupare gli stabilimenti, di difendere il patrimonio produttivo \u00e8 una idea che si \u00e8 andata diffondendo. Decisiva nelle lotte spesso \u00e8 stata la presenza di quadri operai sperimentati, nel caso di Pomigliano, di Fincantieri, della Terim e tanti altri, e si trattava in buona parte di militanti del nostro partito.<br \/>\nDobbiamo lavorare a far emergere questi stessi elementi perch\u00e9 si diffondano in ogni conflitto e perch\u00e9 vengano socializzati.<br \/>\nNon si tratta solamente che gli operai parlino della condizione di fabbrica o delle lotte che li vedono protagonisti ma che da queste esperienze possa emergere una soggettivit\u00e0 di classe in grado di mettersi all\u2019altezza della sfida imposta dalla crisi. Formare dei quadri capaci di far vivere questa prospettiva costituisce il principale aspetto strategico della costruzione di un partito comunista e rivoluzionario.<br \/>\nSe da una parte abbiamo citato\u00a0 alcune esperienze positive, dall\u2019altra non possiamo che constatare che la maggior parte dei nostri quadri sono stati orientati in tutt\u2019altra direzione, spesso impastoiati in pratiche istituzionali e politiciste, con un largo disinteresse verso il radicamento sociale del partito oltre che verso la teoria e la formazione politica.<br \/>\nSiamo cos\u00ec venuti meno a uno dei nostri compiti fondamentali, i lavoratori hanno trovato solo in pochissimi casi il conforto delle proprie organizzazioni sindacali (in particolare la Fiom seppure tra mille contraddizioni) in altre questo non c\u2019\u00e8 stato. In altre ancora c\u2019\u00e8 stato un vero e proprio sabotaggio da parte sindacale.<br \/>\nIl partito quando era presente, raramente si \u00e8 posto il problema di costruire assieme ai lavoratori una strategia di lotta. Nella maggioranza dei casi cos\u00ec non \u00e8 stato e spesso ha prevalso la logica della \u201csponda istituzionale\u201d.<br \/>\nAndare ai cancelli con le brigate di solidariet\u00e0 \u00e8 senza dubbio utile, e va riconosciuto il contributo positivo di queste compagne e compagni al sostegno delle mobilitazioni, ma in ultima analisi la nostra funzione dovrebbe andare oltre la semplice solidariet\u00e0.<br \/>\nNon dobbiamo dimenticare, per non ripercorrere vecchie strade che hanno portato il movimento su binari morti, che le pratiche sociali e mutualistiche hanno una contraddittoriet\u00e0 intrinseca. Si tratta di attivit\u00e0 che indicano il problema. Alludono alla soluzione ma non la contengono in s\u00e9.<br \/>\nPer fare un esempio se proponiamo le casse di resistenza, questa \u00e8 cosa buona e giusta, ma se questa proposta non scaturisce dal conflitto reale e non si creano le condizioni politiche e le necessarie alleanze sociali perch\u00e9 avanzi e raggiunga gli obiettivi che si \u00e8 proposta allora si scade nella politica delle sterili proclamazioni di principio che non faranno aumentare di un millimetro il nostro radicamento sociale, n\u00e9 contribuiranno a scalfire il muro di diffidenza che permane attorno a noi.<br \/>\nPer essere radicati in una realt\u00e0 lavorativa non basta che singoli compagni siano dei riferimenti per i lavoratori, \u00e8 necessario che questi stessi lavoratori capiscano che il comportamento individuale che loro apprezzano fa parte della strategia e del modo complessivo di porsi del partito nei confronti della classe.<br \/>\nViceversa, anche quando si affermano le cosiddette pratiche sociali queste vengono trattate alla stregua di prodotti di marketing da propore al \u201cmercato della politica\u201d, senza alcuna riflessione sugli obiettivi proposti e su come conseguirli.<br \/>\nNon c\u2019\u00e8 carenza solo di lotta ma anche di studio, e sistematico delle realt\u00e0 produttive, della struttura di classe, del contesto economico-politico, delle esperienze avanzate del movimento internazionale. Solo conoscendo e discutendo collettivamente \u00e8 possibile apprendere le forme di lotta pi\u00f9 efficaci e determinare le strategie\u00a0 corrette in ogni contesto.<br \/>\nIl ruolo di un partito comunista \u00e8 quello di provare a comprendere le tendenze del capitale per contrastarle definendo proposte programmatiche, che si inseriscano nella realt\u00e0 viva del conflitto sociale. Tutto questo \u00e8 quanto di pi\u00f9 lontano possa esserci oggi dalla vita reale del nostro partito. Non si tratta di un problema meramente organizzativo ma di una questione intrinsecamente legata alla linea politica.<br \/>\nNon ci sar\u00e0 conferenza di organizzazione che potr\u00e0 cambiare tutto ci\u00f2. Non a caso i buoni propositi di Carrara e Caserta sono rimasti lettera morta mentre dilagavano le pratiche vergognose di un ceto istituzionale totalmente separato dal corpo militante. La vicende degli assessori e consiglieri regionali De Gaetano e Gabriele (fuoriusciti entrambi per andare nel Pd) \u00e8 emblematica ed \u00e8 solo la punta dell\u2019iceberg di un malcostume consolidato con l\u2019esistenza di veri e propri comitati elettorali e affaristici che si insinuano nelle strutture del partito, l\u00ec dove governiamo.<\/p>\n<p>21. La radicalizzazione investe i giovani<\/p>\n<p>La crisi economica e le manovre in atto si scaricano con particolare violenza sui giovani. Il diritto allo studio \u00e8 messo ormai in crisi da 20 anni di controriforme (dall\u2019Autonomia Scolastica e Universitaria in poi) e dai tagli che si sono accumulati, in particolare quelli dell\u2019ultimo governo. Siamo ormai arrivati a un cambio qualitativo della crisi dell\u2019istruzione pubblica, che si riscontra a livello di strutture, di personale docente e non, di sovraffollamento, di aumento dei costi, di tagli alla didattica. Parallelamente la disoccupazione giovanile raggiunge la soglia del 30% e l\u2019occupazione giovanile \u00e8 quella maggiormente colpita dal precariato. Se, come si ripete spesso, l\u2019attuale generazione giovanile \u00e8 la prima ad andare incontro a condizioni di vita peggiori di quelle dei propri genitori, capiamo come l\u2019effetto della crisi si traduca per i giovani in una vera e propria negazione del futuro. La gestione di queste politiche si sposa con un aumento della repressione, dalle ordinanze locali all\u2019uso sempre pi\u00f9 spregiudicato delle forze di polizia per gestire l\u2019ordine pubblico, dalle commissioni disciplinari in scuole e universit\u00e0 a dispositivi come la Fini-Giovanardi, che non colpisce la criminalit\u00e0 organizzata ma reprime il singolo consumatore, contribuendo alla situazione ormai insostenibile di sovraffollamento carcerario.<br \/>\nQuesti elementi politici di fondo sono sostanzialmente identici a livello internazionale. Di insegnamento deve essere dunque la radicalizzazione giovanile che ha avuto luogo in diversi paesi (Grecia, Spagna, Egitto, Gran Bretagna, Cile solo per citarne alcuni). Questa radicalizzazione arriver\u00e0 anche in Italia, dove assistiamo gi\u00e0 a un processo di attivazione politica giovanile che, come normale, si sviluppa attraverso le possibilit\u00e0 offerte dallo scenario politico.<br \/>\nLe mobilitazioni contro la riforma Gelmini dell\u2019autunno hanno coinvolto un settore importante di giovani e giovanissimi ed \u00e8 stato posto all\u2019ordine del giorno il problema dell\u2019unit\u00e0 con il movimento operaio. Il 14 dicembre a Roma \u00e8 emersa una volont\u00e0 di non arretrare pi\u00f9 e una disponibilit\u00e0 a sostenere le forme di lotta pi\u00f9 radicali. \u00c8 la stessa volont\u00e0 che abbiamo ritrovato in Val Susa il 3 luglio, dove centinaia di giovani (ma non solo) hanno sostenuto uno scontro non minoritario e condiviso politicamente dal resto del corteo.<br \/>\nTale processo offre grandi possibilit\u00e0 al partito e ai Gc, a patto di saper intervenire, anche qui, con una proposta politica complessiva che possa orientare e organizzare una radicalit\u00e0 che altrimenti incontra forti difficolt\u00e0 a tradursi in forma organizzata, complice anche il ruolo delle principali strutture giovanili, che riflettono su minor scala le logiche di compatibilit\u00e0 che troviamo nel dibattito politico generale.<\/p>\n<p>22. Il rapporto coi movimenti<\/p>\n<p>Il movimento degli \u201cindignados\u201d \u00e8 uno dei terreni decisivi su cui impegnare i nostri militanti a partire dai\/dalle GC, ma anche qui \u00e8 necessario apprendere dagli errori passati. In passato l\u2019\u201cimmersione\u201d nei movimenti \u00e8 stata condotta in base a un dibattito spesso mistificato. La tessitura di rapporti con ceti politici e gruppi dirigenti pi\u00f9 o meno rappresentativi \u00e8 stata privilegiata rispetto all\u2019incontro con le energie pi\u00f9 fresche e militanti che si esprimevano nelle mobilitazioni e che cercano innanzitutto una prospettiva di lotta contro questo sistema e una proposta di costruzione, anche organizzativa, del movimento che possa dargli la durata, profondit\u00e0 e radicalit\u00e0 necessarie di fronte alla portata dell\u2019attacco. Di tutto questo non c\u2019\u00e8 quasi traccia nell\u2019intervento dei Gc, paralizzati nel loro livello nazionale dal conflitto interno alle correnti di maggioranza.<br \/>\nAnzich\u00e9 proporre audacemente una prospettiva di cambiamento una generalizzazione teorica e politica all\u2019altezza della richiesta impetuosa salita dal movimento e dall\u2019aspirazione a un \u201caltro mondo possibile\u201d, ci siamo lasciati contaminare (in questo caso l\u2019espressione \u00e8 pertinente) dalle pi\u00f9 classiche mode ideologiche che hanno un solo comune obiettivo: criticare, attaccare e ridicolizzare ogni idea di salda organizzazione degli oppressi, di lotta organizzata, prima fra tutte l\u2019idea della necessit\u00e0 di un partito comunista con una prospettiva rivoluzionaria.<br \/>\nLa svolta necessaria e urgente deve essere una vera e propria svolta operaia del nostro partito.<br \/>\nQuesto non significa fare del partito un organismo parasindacale che discute solo temi economico-sindacali. Significa invece che deve proporsi tenacemente di conquistare posizioni, autorevolezza, consenso e adesioni con un lavoro di conoscenza e intervento sistematico e centralizzato in tutti i terreni di conflitto, in ciascuno di essi ponendo un punto di vista di classe e anticapitalista.<br \/>\n\u00c8 stato pi\u00f9 volte commentato, e con ragione, come militanti del nostro partito siano presenti in tutti i conflitti che prendono vita e forma nel nostro paese.<br \/>\nQuesta constatazione deve essere fonte di ottimismo, ma non deve oscurare l\u2019altra faccia della medaglia: troppo spesso i nostri militanti si trovano privi di punti di riferimento, proposte, analisi, canali d\u2019intervento propri del partito, se non addirittura col partito schierato elettoralmente a fianco di chi sta dall\u2019altra parte della barricata (il caso della Val di Susa \u00e8 il pi\u00f9 eclatante).<br \/>\nSi dice che il centralismo sarebbe in contrasto con la possibilit\u00e0 di forme di militanza parziali, legate magari a tematiche specifiche. \u00c8 vero invece il contrario: rivendichiamo che il nostro obiettivo sia quello di avere militanti formati ad una visione ampia dei problemi sociali, non rinchiusi nella logica settoriale valida forse per gli \u201cspecialisti\u201d di mestiere, ma che poco pu\u00f2 ispirare a una visione del mondo di oggi, con la sua complessit\u00e0, e soprattutto a una prospettiva di cambiamento della societ\u00e0. La militanza necessariamente \u201cparziale\u201d (se non per visione, certo per necessit\u00e0 pratica) di ciascuno di noi pu\u00f2 acquisire efficacia e forza cento volte maggiore proprio se inserita in un piano generale di intervento, di elaborazione, di attivit\u00e0. E indubbiamente piani di questo genere possono essere discussi, elaborati e messi in pratica solo con una discussione che riconduca tutte le sollecitazioni e le proposte in un ambito centrale, il pi\u00f9 possibile democratico e partecipato, che possa farle proprie e riproporle all\u2019insieme delle strutture del partito, a cominciare dai circoli.<br \/>\nSe c\u2019\u00e8 un male che colpisce oggi le nostre strutture, anche quelle pi\u00f9 attive, \u00e8 la mancanza di punti di riferimento all\u2019interno del partito, l\u2019impossibilit\u00e0 di accedere a canali di dibattito efficaci, stabili e accessibili, dove si possano dare come ricevere stimoli e indicazioni.<br \/>\nIl modello attuale dei nostri organismi dirigenti costituisce una brutta copia di una modesta democrazia parlamentare. Dobbiamo andare verso organismi meno pletorici nei quali la indispensabile rappresentanza dei diversi orientamenti politici venga associata al diretto coinvolgimento dei loro componenti nel lavoro di costruzione e direzione dell\u2019intervento del partito nei vari settori.<br \/>\nL\u2019apparato di partito va selezionato in modo trasparente, democratico e mantenuto sotto un costante controllo della base e dei militanti. Va introdotto innanzitutto in forma rigida e inderogabile il criterio del salario operaio a tutti i livelli istituzionali e per qualsiasi incarico di partito. Va introdotto un meccanismo effettivamente democratico di selezione delle candidature da parte dei militanti per tutti i livelli elettorali.<\/p>\n<p>23. La militanza politica delle donne<\/p>\n<p>Un odio particolare \u00e8 riservato alle donne negli attacchi promossi dai governi degli ultimi anni: il sistema contributivo del calcolo delle pensioni, cos\u00ec come il meccanismo delle finestre penalizza soprattutto le donne, l\u2019aumento dell\u2019et\u00e0 pensionabile nel pubblico e nel privato, i tagli agli enti locali e in generale ai servizi pubblici, il peggioramento delle condizioni nei luoghi di lavoro a forte presenza femminile: impiego pubblico, insegnamento, commercio, per citarne alcuni, fanno del nostro paese uno dei paesi a minore occupazione femminile, siamo al 46%, 12 punti sotto la media europea.<br \/>\nQueste\u00a0 politiche, unite ai finanziamenti ad hoc per le famiglie e al rinnovato vigore delle campagne clericali rappresentano i pilastri su cui poggia la campagna ideologica martellante che vuole le donne angeli del focolare e oggetto del piacere maschile.<br \/>\nNon potremmo certo spiegarci in altro modo almeno gran parte dell\u2019aumento delle violenze contro le donne, prevalentemente perpetrate nelle quattro mura domestiche, ma non solo. Le donne sono esseri umani inferiori: questo \u00e8 il messaggio di fatto dominante nella nostra cultura che autorizza gli uomini ad abusare delle donne, sia sessualmente che sfruttandole nel lavoro domestico e di cura. Combattere questa cultura significa in primo luogo combattere con coerenza i pilastri su cui poggia.<br \/>\nIl nostro partito ha gravi lacune su questo terreno di intervento politico che si evidenziano anche nella scarsa presenza di compagne nella sua militanza.<br \/>\nCome era ipotizzabile questo problema non si \u00e8 risolto imponendo una partecipazione delle donne alla vita politica del partito e ai suoi gruppi dirigenti attraverso la norma cosiddetta antidiscriminatoria. Essa consolida l\u2019idea delle donne soggetto debole e di serie B, incapaci di conquistarsi uno spazio politico se non viene loro attribuito e soprattutto nasconde l\u2019assenza nel nostro partito di un orientamento verso le donne della classe lavoratrice e quelle che pi\u00f9 di tutte subiscono gli effetti della cultura maschilista. A questi settori dobbiamo offrire una battaglia coerente sul piano politico, culturale e anche sociale che le renda autenticamente protagoniste della propria militanza e della lotta per la propria liberazione.<\/p>\n<p>24. Sulle correnti del Prc<\/p>\n<p>A partire da quando nel 2009 si \u00e8 affermata nel livello nazionale la cosiddetta \u201cgestione unitaria\u201d, ovvero la coalizione di tutte le correnti interne al Prc ad eccezione di quella che presenta queste tesi, si \u00e8 affermata la vulgata secondo la quale sarebbe necessario \u201csuperare le componenti interne\u201d, le \u201ccristallizzazioni\u201d, ecc. Il contrasto tra le parole e i fatti non potrebbe essere pi\u00f9 stridente. Tuttavia sarebbe riduttivo limitarsi a una critica dei comportamenti. In realt\u00e0 le principali correnti esistenti nel partito hanno ben precisi connotati teorici, politici, ecc. Chi, magari svolgendo un ruolo rilevante all\u2019interno di una di esse, propaganda il \u201csuperamento delle aree\u201d in nome dell\u2019\u201cunit\u00e0 del partito\u201d non propone in realt\u00e0 una visione pi\u00f9 alta del partito, ma solo una visione pi\u00f9 bassa delle aree che lo compongono e della propria posizione politica.<br \/>\nQuesta mozione nasce da compagni e compagne che hanno sempre subordinato le proprie posizioni anche in campo organizzativo (incarichi e responsabilit\u00e0, ecc.) al proprio disegno politico, sempre e dovunque manifestato apertamente, rifiutando la logica della \u201cgestione\u201d di posizioni ed incarichi quando questi entravano in contrasto politico irriducibile con le tesi politiche da noi avanzate, non in nome di un ottuso \u201cbasismo\u201d, ma in nome della relazione dialettica che deve sempre esistere tra linea politica e strategie organizzative.<br \/>\nL\u2019unit\u00e0 e l\u2019omogeneit\u00e0 politica del partito sono un obbiettivo e, se autentiche e non imposte con mezzi burocratici, moltiplicano la forza e l\u2019efficacia di qualsiasi organizzazione. Ma nessuna autentica unit\u00e0 potr\u00e0 mai essere creata con la logica dei bilancini e del minimo comune denominatore, che al contrario ha dimostrato di paralizzare l\u2019iniziativa e di generare un clima di irresponsabilit\u00e0 dei gruppi dirigenti, che legittimandosi a vicenda si autonomizzano nei confronti della base. L\u2019unit\u00e0 \u00e8 possibile laddove una proposta forte innanzitutto sul piano teorico e politico si dimostra capace di egemonia nel movimento e nel partito stesso; solo in questo contesto anche la posizione di chi \u00e8 in disaccordo pu\u00f2 trovare una legittimazione e un riconoscimento che permettano l\u2019unit\u00e0 d\u2019azione e un rapporto di solidariet\u00e0 rispetto all\u2019insieme del partito e alla sua battaglia.<br \/>\nViceversa il prevalere delle logiche di galleggiamento e di piccolo cabotaggio, se anche pu\u00f2 favorire un clima \u201cunitario\u201d nei vertici, non far\u00e0 altro che aumentare le spinte disgregatrici e demotivare la militanza; l\u2019inglorioso percorso della Federazione della sinistra, che da questo punto di vista ha costituito un esempio perfetto di \u201cgestione unitaria\u201d, conferma come tanto pi\u00f9 solido \u00e8 stato il patto di vertice, tanto meno i militanti di base sono stati motivati a impegnarsi nel progetto.<br \/>\nCi consideriamo quindi impegnati in una aperta battaglia per l\u2019egemonia nel partito e nel movimento, unica base possibile sulla quale si pu\u00f2 costruire una autentica relazione unitaria nel corpo militante. Al centro della nostra azione non poniamo la ricerca di estenuati equilibri interni a un gruppo dirigente estenuato, ma la prospettiva rivoluzionaria della lotta per una societ\u00e0 diversa.<\/p>\n<p>FIRMATARI:<\/p>\n<p>Claudio Bellotti, Andrea Davolo, Ali\u2019 Ghaderi, Alessandro Giardiello, Patrizia Granchelli, Mario Iavazzi,\u00a0 Lidia Luzzaro, Sonia Previato, Jacopo Renda, Dario Salvetti, Antonio Santorelli Marco Veruggio;<br \/>\nLuigi Minghetti, Alessio Vittori<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"","protected":false},"author":1,"featured_media":0,"comment_status":"closed","ping_status":"open","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":{"_jetpack_memberships_contains_paid_content":false,"footnotes":""},"categories":[8],"tags":[16],"class_list":["post-51","post","type-post","status-publish","format-standard","hentry","category-documento-congressuali","tag-documento-2"],"jetpack_sharing_enabled":true,"jetpack_featured_media_url":"","_links":{"self":[{"href":"https:\/\/www.rifondazione.org\/viii\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/51","targetHints":{"allow":["GET"]}}],"collection":[{"href":"https:\/\/www.rifondazione.org\/viii\/wp-json\/wp\/v2\/posts"}],"about":[{"href":"https:\/\/www.rifondazione.org\/viii\/wp-json\/wp\/v2\/types\/post"}],"author":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/www.rifondazione.org\/viii\/wp-json\/wp\/v2\/users\/1"}],"replies":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/www.rifondazione.org\/viii\/wp-json\/wp\/v2\/comments?post=51"}],"version-history":[{"count":0,"href":"https:\/\/www.rifondazione.org\/viii\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/51\/revisions"}],"wp:attachment":[{"href":"https:\/\/www.rifondazione.org\/viii\/wp-json\/wp\/v2\/media?parent=51"}],"wp:term":[{"taxonomy":"category","embeddable":true,"href":"https:\/\/www.rifondazione.org\/viii\/wp-json\/wp\/v2\/categories?post=51"},{"taxonomy":"post_tag","embeddable":true,"href":"https:\/\/www.rifondazione.org\/viii\/wp-json\/wp\/v2\/tags?post=51"}],"curies":[{"name":"wp","href":"https:\/\/api.w.org\/{rel}","templated":true}]}}