La complicata situazione in Colombia

di Marcelo Caruso Azcárate [1]

Così ha descritto un amico straniero la situazione che viviamo oggi in Colombia. La complessità è sempre stata una caratteristica essenziale della nostra realtà, il che implica che in queste terre la pianificazione strategica – in termini sociopolitici – sia a brevissimo termine. Congiuntura e struttura, sincronia e asincronia coesistono scambiandosi funzioni e strategie, quindi cercheremo di spiegarlo con un po’ di plastilina.

Il rifiuto reazionario da parte del Parlamento delle diverse riforme presentate dal governo ha portato a un punto tale da rendere necessario governare per decreti, sapendo già da mesi che sarebbero stati bocciati dalla Corte Costituzionale, ma che avrebbero dato il tempo di mostrare la volontà di cambiamento. Di fronte al netto rifiuto della riforma del lavoro è nata l’idea di indire un referendum popolare, che non avrebbe avuto l’approvazione del Parlamento, ma che sarebbe stato promosso porta a porta, creando un movimento nazionale pre-elettorale che avrebbe messo la destra sulla difensiva.

Dalla speranza mal riposta nelle alleanze in Parlamento con una parte dei partiti tradizionali, si è passati ai decreti e poi alla consultazione popolare.  Ciò ha portato alcuni settori del bipartitismo tradizionale, spaventati dalle implicazioni di tale dibattito nei territori, a negoziare l’approvazione in sedute affrettate della riforma del lavoro (avanzata, ma insufficiente), a cambio del ritiro della proposta di consultazione popolare.

Ma se c’è una cosa che contraddistingue il presidente Petro è che non molla la presa quando è in ritirata, e con un cambio ministeriale ha inserito nell’agenda della complessa congiuntura un tema strutturale che non figurava tra gli obiettivi del progetto progressista: un processo costituente che si concretizzi in un’Assemblea che approfondisca e ampli il corpus dei diritti umani e della natura della Costituzione Nazionale ed elimini quegli articoli che hanno aperto la strada al neoliberismo. Una strategia politica che ha permesso il passaggio dai temi della congiuntura a un cambiamento strutturale e ha creato una nuova situazione.

Questo potrebbe essere considerato un esperimento politico se non fosse avvenuto un cambiamento progressista nella composizione della Corte Costituzionale, che ha portato a negare la decisione del Consiglio Nazionale Elettorale – a maggioranza oppositrice – di indagare sul presidente per presunti eccessi nelle spese della campagna elettorale, funzione che spetta solo alla “Commissione Accuse del Parlamento”. Vale la pena ricordare che, in quella istanza, tutte le denunce di questo tipo sono state insabbiate, e che l’ex Presidente Uribe è quello che ne ha la maggioranza (cosa che sembra non potrà eludere con la sentenza di un giudice che lo ha preso di mira).

In altre parole, se la strategia costituente troverà il sostegno sociale e politico necessario per inondare le urne delle elezioni parlamentari del marzo 2026, quella Corte potrebbe aprire la strada a una rielezione – non immediata – del presidente Petro.

Ma questa strategia a medio termine è influenzata dal calendario elettorale, che vede le forze politiche riunite nel neocostituito “Movimento-Partito Patto Storico” con i suoi alleati, impegnate nella classica e vergognosa disputa per i posti nelle liste nazionali al Senato e nelle liste dipartimentali alla Camera. Queste liste saranno chiuse e dovrebbero essere costruite attraverso consultazioni, che non sono ancora state regolamentate a causa delle differenze interne (votano i membri dei partiti o tutti i cittadini). La maggior parte di coloro che già esercitano questa funzione vogliono continuare, il che è valido se lo hanno fatto bene, e i nuovi vogliono arrivare a esercitarla. Grande “dilemma” della democrazia elettorale delegata quando le forze progressiste e di sinistra cercano di attuarla, ma i partiti tradizionali lo risolvono con il “dito di Dio” che li guida, ovvero imprenditori, caudilli politici corrotti e forze “esterne” di qualche ambasciata.

Ciò che alimenta il nostro ottimismo

Si dice che la politica estera sia la continuazione di quella interna, nascondendo il fatto che il modello è globale e arriva fino ai territori. Tuttavia, oggi in Colombia – come anche in Brasile – ciò che accade o dovrebbe accadere è il contrario. La proposta avanzata alla CELAC da Petro di mettere in funzione gruppi volontari di governi che discutano e propongano alternative concrete alle sfide di una reale integrazione latino-americana e caraibica, così come la sua richiesta di adesione alla Banca dei BRICS, hanno un approccio, che un tempo veniva definito antimperialista, che dovrebbe estendersi e rafforzare gli obiettivi della politica interna.

Ma ancora una volta è evidente il ruolo del famoso equilibrio dei poteri che sostiene lo Stato di diritto ormai superato. Ciò che era stato creato per controllare re e imperatori che non volevano rinunciare al loro potere assolutistico, oggi serve loro per controllare il potere che sfugge al loro controllo elettorale, che nella nostra America è stato quello presidenziale o esecutivo. Nel contesto mondiale attuale, riuscire a recuperare per il popolo questi tre poteri va oltre la lotta interistituzionale e si ottiene – per quanto possa sembrare demagogico – con il popolo organizzato, consapevole e in piazza. Non solo nelle strade, non solo organizzati, e non solo con una causa trasformatrice, ma è necessario un crogiolo politico che li amalgami. E questo è la cosa più complicata in un’epoca in cui il diritto internazionale non è più rispettato e le interferenze imperiali del mercato non hanno limiti.

Se in Colombia piove, nel mondo non smette di piovere.

 

[1]Analista e militante per la pace