Maurice Lemoine*
Siamo finalmente usciti dalla “guerra ibrida”, questo tipo di conflitto in “zona grigia”, che destabilizza un paese mediante lo strangolamento economico, attacchi informatici, intrusioni di gruppi mercenari, sabotaggio delle infrastrutture, interferenze elettorali e una serie di altri strumenti, a cominciare dalla disinformazione? La pressione di Washington su Caracas ha raggiunto un livello senza precedenti. Dispiegando da due mesi un’imponente flotta navale nei Caraibi, al largo delle coste della Repubblica Bolivariana del Venezuela, il Pentagono è arrivato persino ad annunciare la mobilitazione della “Gerald R. Ford “, la più monumentale delle sue portaerei.
Di fronte a un arsenale così sproporzionato, chi può credere alla favola di una campagna contro il narcotraffico? Qualunque sia la forma assunta, l’operazione persegue un solo obiettivo: il “cambio di regime” in Venezuela; il rovesciamento o l’eliminazione di Nicolás Maduro, che Donald Trump ha definito un “narcodittatore”. È un processo graduale, ma ogni passo sembra irreversibile. “Il prossimo passo è l’operazione via terra “, ha minacciato il despota americano, mentre era in corso la distruzione in mare di una quindicina di imbarcazioni – causando circa 75 morti – senza alcuna prova tangibile del loro coinvolgimento nel “narcotraffico”. Il che, in ogni caso, non accorderebbe a nessuno il diritto di vita o di morte su questi potenziali criminali.
Trump ha ritenuto di non aver bisogno dell’approvazione del Congresso per autorizzare operazioni militari o condotte segretamente dalla CIA contro il Venezuela o altri paesi (aggiungendo la Colombia e il suo presidente di sinistra, Gustavo Petro, alla sua lista di obiettivi). In America Latina, i governi sottomessi allo Studio Ovale – Argentina, Ecuador, Paraguay, Perù, El Salvador, Trinidad e Tobago, ecc. – applaudono, più o meno discretamente. In Francia, da Emmanuel Macron a Raphaël Glucksmann, la destra ha implicitamente fatto lo stesso, congratulandosi con l’estremista venezuelana María Corina Machado (fautrice di un bombardamento del suo stesso paese) per il suo recente premio Nobel per la pace[1].
La sinistra “latina” conosce bene questa storia. Al prezzo di decine di migliaia di vittime, ha subito abbastanza aggressioni da parte di Washington per avere una chiarissima idea della natura di ciò che si sta per verificare. Dall’Avana a Bogotà, questa sinistra tira la sirena d’allarme. Nonostante il suo desiderio di evitare un rapporto conflittuale con Washington, la presidente messicana Claudia Sheinbaum critica pubblicamente il dispiegamento militare americano. Il Brasile, potenza regionale molto moderata, ha dichiarato di “opporsi chiaramente all’intervento esterno ” che “potrebbe incendiare il Sud America e portare alla radicalizzazione politica in tutto il continente“.
In tono più militante, e rievocando la Guerra Civile spagnola, il potente Movimento Brasiliano dei Lavoratori Senza Terra (MST) annuncia la creazione di Brigate Internazionali in caso di un intervento militare statunitense in Venezuela. In Cile, la potenziale Brigata di Solidarietà Internazionalista è già stata battezzata “Ramón Allende Garcés”. Bisnonno di Salvador Allende, Garcés combatté al fianco di Simón Bolívar nelle battaglie di Boyacá (1819) e Carabobo; quest’ultima, nel 1822, consacrò l’indipendenza del Venezuela (allora parte della Gran Colombia con Ecuador, Panama e Colombia)[2].
In Europa in generale, e in Francia in particolare, la sinistra, coraggiosamente… guarda da un’altra parte. Pur ostentando un “antimperialismo” tanto rituale quanto di routine, l’estrema sinistra “anarco-trotskista” si è posta come obiettivo primario lo smantellamento della solidarietà, ricorrendo a un “né Trump né Maduro” degno dell’ipocrita “allo stesso tempo” di Macron. Una linea ostile alla Rivoluzione Bolivariana su cui l’aveva preceduta il Partito Socialista (PS) dopo l’arrivo al potere di Hugo Chávez. Anche se etichettati come “progressisti”, gli studenti universitari e altri politologi desiderosi di riconoscimento istituzionale intendono rimanere “mediaticamente compatibili”. A tal fine, si schierano davanti ai microfoni per ripetere la versione dominante e, se necessario, rafforzarla.
Dall’impero Bolloré[i] ai cosiddetti media mainstream, passando per il settore pubblico-privato, l’industria del lavaggio del cervello propone effettivamente sul “Venezuela di Maduro” la stessa narrativa di Fox News negli Stati Uniti. Una stretta tale che persino gli osservatori più lucidi, per evitare il disonore pubblico, finiscono per autocensurarsi. Oltre alla “formattazione” dell'”opinione pubblica”, questo produce danni collaterali disastrosi: sottoposti a una pressione costante su questo argomento ormai altamente tossico, persino i più ribelli finiscono per… sottomettersi! Ad eccezione di pochi individui, essi ormai evitano di difendere il Venezuela (un silenzio che, detto per inciso, non attenua minimamente l’ostilità politica e mediatica nei loro confronti).
Tuttavia, non tutti coloro che a sinistra mettono in discussione criticamente la natura della Rivoluzione Bolivariana agiscono, per definizione, in malafede. Come non comprendere il dubbio che attanaglia, ancor più di altri, i militanti del Partito Comunista Francese (PCF), quando le notizie più terribili sulla “deriva” di Maduro provengono da un “partito fratello”, il Partito Comunista Venezuelano (PCV)?
Tradizionale alleato del Partito Socialista Unito del Venezuela (PSUV), il Partito Comunista del Venezuela (PCV) ha iniziato a destare sospetti tra una parte della sinistra internazionale nei confronti del “regime” nel 2019, in seguito a una serie di rivelazioni esplosive. Nell’agosto 2020, una “Lettera ai Partiti Comunisti e Operai del Mondo” denunciava “la politica economica del governo, sempre più subordinata agli interessi del capitale, a scapito delle conquiste e dei diritti ottenuti da operai, contadini e settori popolari nel corso del processo bolivariano[3]“. Un anno dopo, il Segretario Generale Oscar Figuera dichiarava che le divergenze tra il PCV e l’amministrazione Maduro erano ormai “inconciliabili”, denunciava “l’autoritarismo” del governo e concludeva: “Non si tratta di correggere gli errori, ma di smantellare il piano di Maduro. Questo non è un governo chavista. Si definisce socialista, ma non lo è[4]“.
Queste dure accuse sembrano trovare conferma quando, l’11 agosto 2023, la Corte Suprema di Giustizia (TSJ) annuncia la destituzione della dirigenza del PCV, ritenuta “illegittima”, e la sua sostituzione con una dirigenza ad hoc incaricata di “ripristinare i processi democratici all’interno del partito”. Un mese prima, Figuera aveva accusato “un gruppo di mercenari al servizio del PSUV” – “una manciata di figure apparentemente sconosciute che affermano di essere la base del PCV”, come aveva specificato Tribuna Popular , il giornale del partito – di aver fomentato questa destituzione.
Per cercare di comprendere la natura del conflitto, e poiché la loro versione dei fatti è passata sotto un silenzio quasi totale da questa parte dell’Atlantico, abbiamo rintracciato due di questi “mercenari”, “apparentemente sconosciuti” del PCV: Henry Parra (presidente della commissione ad hoc) e Griseldys Herrera (segretaria nazionale dell’organizzazione).
Parra, magro, facile al sorriso, un pizzico di ironia nella voce, dice: “Milito nel Partito Comunista del Venezuela (PCV) dal settembre 1973. Ho iniziato nella Gioventù Comunista (JC) , cinque giorni dopo la caduta del compagno Allende. Avevo 16 anni”. Segue una lunga descrizione della sua carriera di militante: leader della JC per otto anni nello stato di Tashira; un periodo in una scuola per quadri in Unione Sovietica; membro del Comitato Centrale; membro della Commissione Esecutiva Nazionale; deputato del PCV del Tashira, quattro volte contemporaneamente…
Griseldys Herrera – scuotendo la testa e soppesando le parole – dichiara: “Ho iniziato formalmente nel 2000. Fino ad allora, la mia era una militanza empirica. La mia visione di giovane – si dice che ogni giovane sia un rivoluzionario – mi ha portato ad aderire al PCV su base dei principi marxisti-leninisti. Da allora, non ho mai smesso di essere un militante di base, come donna, con il Comitato Regionale dello Stato di Monagas”.
Principale accusatore di questi due “impostori” che, per conto del “regime”, hanno preso il controllo del partito: Oscar Figuera. Segretario generale dal 1996, è stato rieletto nel novembre 2022 durante un Congresso con 83 partecipanti – mentre nel 2017 il Congresso precedente aveva riunito 530 delegati!
Pur non avendo avuto un peso determinante nella Rivoluzione Bolivariana iniziata nel 1999 da Hugo Chávez, il PCV vi detiene un ruolo altamente simbolico: fondato nel 1931, è stato il primo e per lungo tempo il principale partito di sinistra in Venezuela. Come tale, ha vissuto la vita di qualsiasi organizzazione politica (indipendentemente dall’ideologia): momenti di gloria, incertezze, errori e sconfitte. Tra i suoi membri e dirigenti si sono alternati estremisti, moderati, dissidenti, traditori ed eroi. Ci sono state anche crisi e scissioni. Perché quella di cui stiamo parlando non è la prima. Per molti versi, la storia del PCV è ricalcata su quella di molti altri partiti comunisti latinoamericani.
Non pretendiamo di ripercorrere qui la lunga storia del PCV, ma piuttosto di evidenziarne alcune tappe significative che possono chiarire gli eventi attuali. Come preambolo, ci concentreremo sul 1922, anno in cui un impressionante getto di petrolio sgorga dal pozzo “Los Barrosos 2” sulla riva orientale del lago di Maracaibo. Questo evento determina il futuro del paese – che non ne è ancora cosciente – e l’emergere di una classe operaia. Di conseguenza, il 5 marzo 1931 viene fondata a Caracas la prima cellula comunista. Operando clandestinamente, si affilia all’Internazionale – il Comintern[5]. Ciò richiede un notevole coraggio. La sanguinosa dittatura del “Benemerito” Juan Vicente Gómez (1908-1935) ha eliminato ogni forma di democrazia. Gómez ricopre di privilegi i “Tre Grandi” (l’olandese Shell, la Gulf e la Standard Oil). Considerato un tradimento della patria, il reato di “comunismo” è punibile con vent’anni di carcere.
Gómez è temibile, temuto e odiato. Gómez schiaccia ogni resistenza. Gómez sventa ogni complotto. Gómez muore in pace nel suo letto. Sottopagati, umiliati, decimati dalla malaria e dagli incidenti sul lavoro, migliaia di lavoratori del petrolio vengono sfruttati senza pietà. Dal dicembre 1936 al gennaio 1937, i militanti comunisti organizzano segretamente il primo sciopero di questo settore. Il presidente provvisorio, il generale López Contreras, reagisce: accusati di “attività comuniste”, 46 agitatori vengono esiliati.
Nonostante il pericolo, il partito compare in piena luce in occasione della sua prima conferenza, l’8 agosto 1937. Semi-legali, i suoi membri poco dopo sosterranno pesto il governo di Isaias Medina Angarita. Questi si appoggia ad intellettuali e figure della “borghesia progressista” – Uslar Pietri, Eduardo Mendoza e Briceño Iragorri. Una nuova legge sul petrolio rende più stringenti gli obblighi delle compagnie (la stampa, già allora sul libro paga delle multinazionali, tuona che le stanno prosciugando!). Ma, soprattutto – essendo scoppiata la Seconda Guerra Mondiale – il Comintern ha ordinato al PCV di collaborare con Medina, favorevole gli Alleati. In segno di gratitudine, nel 1945 al partito verrà concesso lo status legale.
Il governo di Medina gode del sostegno dell’opinione pubblica. Un nuovo attore entra in scena: Azione Democratica (AD). Dal 1938 AD dispone di una leader di primo piano, Romulo Betancourt. Dopo essere stato comunista per un breve periodo negli anni ’20, Betancourt si è convertito al trotskismo. Poi diventa socialdemocratico. Da un lato, critica aspramente la redistribuzione ancora insoddisfacente dei proventi petroliferi; dall’altro, si oppone alle politiche sociali di Medina. Il 18 ottobre 1945, sostenuto da un gruppo di giovani ufficiali scontenti e… dall’ambasciatore degli Stati Uniti – ” Incredibile, vero?” – Betancourt rovescia Medina.
Due giorni prima del golpe, il PCV pro-Medina aveva tenuto il suo primo grande comizio politico nel Nuevo Circo di Caracas. Un coro di 500 persone aveva cantato pubblicamente e legalmente l’Internazionale! Dietro la parte centrale del palco si ergeva una gigantesca stella rossa accompagnata dalla falce e martello; a sinistra, su uno sfondo rosso, i volti di Marx, Lenin e Stalin; a destra, su uno sfondo tricolore, quelli di Isaias Medina, Simón Bolívar ed Ezequiel Zamora[6].
Simón Bolívar: «El Libertador» – lo sanno tutti.
Ezequiel Zamora: “Generale del popolo sovrano”, eroe della Guerra Federale, leader del movimento sociale contadino al grido di “Terra e uomini liberi, elezione popolare, morte all’oligarchia!”
Fin dall’inizio, un marxismo molto chiaramente “alla venezuelana”. Per non dire “alla bolivariana”.
Citeremo qui solo di sfuggita la celebre biografia di Simón Bolívar scritta da Karl Marx nel 1857 per la New American Cyclopaedia (NAC). In un’interpretazione molto europea di una regione di cui non sapeva assolutamente nulla, basandosi solo su fonti di seconda mano, il celebre filosofo, che pure ha altri meriti, non nasconde la sua antipatia per il “Libertador”. Presentandolo come un capo militare incompetente, ambizioso e manipolatore, e sottolineandone con godimento i presunti “errori strategici”, Marx dipinge Bolívar come un rappresentante degli interessi dell’oligarchia creola piuttosto che come un rivoluzionario devoto agli ideali di libertà.
Senza soffermarci qui su questo giudizio perentorio, ancora oggi occasionalmente strumentalizzato, ricorderemo ciò che un certo Fidel Castro disse del marxismo nel 1965: “È una guida per l’azione rivoluzionaria, non un dogma. Tentare di ridurre il marxismo a una specie di catechismo è antimarxista”.
Sotto Betancourt, qualunque cosa si possa pensare di lui, il Paese non era più quello di Juan Vicente Gómez. Politica petrolifera imposta alle compagnie: “50-50”. Aumento dei salari, una settimana di ferie all’anno (AD deve poter contare sui lavoratori – alcuni ufficiali militari stanno già pensando ad un colpo di Stato). Una revisione della Costituzione del 1936 permette l’elezione del presidente con suffragio universale.
La campagna elettorale viene condotta a tamburo battente. AD fa eleggere Romulo Gallegos (1948). Scrittore di modeste origini, fanatico di libertà, Gallegos promuove delle riforme e riduce i privilegi delle compagnie petrolifere straniere. Tuttavia, esagera un po’ troppo quando fa votare una legge sull'”educazione rivoluzionaria” e una legge agraria volta a ridistribuire le terre. Il 24 novembre 1948, un colpo di stato lo rovescia, lui e il suo gruppo di intellettuali, migliori oratori che tattici[7]. Prende il potere una giunta militare guidata da tre colonnelli: Carlos Delgado Chalbaud, Luis Felipe Llovera e Marcos Pérez Jiménez. Quattro anni più tardi, dopo un assassinio e qualche sporca azione, ne rimane solo uno: Marcos Pérez Jiménez, il peggiore dei tre.
Proprio come AD, il PCV entra in clandestinità.
L’esercito, ancora l’esercito, sempre l’esercito… Impossibile ignorare questo attore. Già dal 1955, il PCV ne prende atto e sviluppa una strategia per reclutare ufficiali. Paradossalmente, le condizioni sono propizie. Il dittatore ama i grandi progetti. Euforia, speculazione, spreco. Perfeziona la corruzione. Gli appalti vanno a chi offre le bustarelle più generose. Aviatori e marinai s’indignano per la ricchezza degli ufficiali andini dell’esercito di terra, compatrioti di Pérez Jiménez; colonnelli e generali notano con sgomento i privilegi di cui gode la polizia[8]. Spesso di razza mista, i ranghi inferiori sanno che il razzismo delle classi dirigenti sicuramente impedirà loro di accedere ai gradi più alti. In alcune parti delle caserme, un profondo malcontento cova in sordina.
Avendo reclutato personaggi che, nei decenni successivi, diventeranno familiari – Douglas Bravo, Teodoro Petkoff, Eloy Torres, Arráez Morles – il partito arriva alla conclusione che è possibile dare vita ad una rivoluzione “civico-militare”. “I militanti comunisti”, racconterà parecchio tempo dopo Douglas Bravo, “avevano legami diretti, per ragioni familiari, di amicizia o di rapporto personale, con i membri delle Forze Armate Nazionali (FAN), la cui composizione sociale è eminentemente popolare[9]“. Nel 1957 nasce il Fronte Militare di Carriera, contemporaneamente a diverse brigate armate, composte da membri del partito e della Gioventù Comunista – Luben Petkoff, Arístides Rojas, “Caraquita” Urbina, Alfredo Maneiro. Douglas Bravo, che se ne assume il compito, rivendicherà ben presto il reclutamento di oltre 200 ufficiali. Con l’arrivo dell’anno cruciale del 1958, un quartier generale clandestino riunirà civili del PCV e una cinquantina di questi ufficiali.
La polizia politica di Pérez Jiménez moltiplica abusi e arresti. I vari gruppi di opposizione si riaggregano. Dall’inizio del 1957, esiste una Giunta Patriottica (JP) in esilio, guidata dal giornalista Fabricio Ojeda (Unione Democratica Repubblicana; URD). Tra i suoi membri di alto rango figurano Silvestre Ortiz Bucarán (AD), Enrique Aristiguieta Gramko (Copei; Cristiano Sociale) e Guillermo García Ponce del PCV. Nessuno dei membri della giunta ha più di trentacinque anni. Grazie al Partito Comunista, la JP ha legami con alcuni militari. Il 1° gennaio 1958, sotto il comando del colonnello Hugo Trejo, una fazione dell’esercito si ribella. Uno squadrone aereo partito da Maracay sgancia diverse bombe su Caracas. L’operazione fallisce, almeno in apparenza. La rabbia popolare cresce. Il 5 gennaio, durante una manifestazione a El Silencio (Caracas), le brigate d’assalto del Partito Comunista usano per la prima volta le armi. La Giunta Patriottica invoca lo sciopero generale. I lavoratori del petrolio depongono gli attrezzi. La Chiesa appoggia ufficialmente la causa dei cospiratori. Caracas si riempie di barricate. Esplode la rabbia popolare. Fino ad allora fedeli al dittatore, i leader delle Forze Armate Nazionali sentono che il vento è cambiato. Il 23 gennaio, armi alla mano, le cellule del Partito Comunista partecipano alla fase culminante. Per sfuggire alla rivolta, Pérez Jiménez salta su un aereo e fugge all’estero, portandosi via 300 milioni di dollari.
Una giunta, presieduta dal comandante in capo della marina, l’ammiraglio Wolfgang Larrazabal, prende il potere. L’ammiraglio è un uomo onesto, piuttosto incline alla democrazia. I vertici dello stato maggiore la vedono diversamente. Anche Richard Nixon. Nell’aprile del 1958, il vicepresidente americano ha la pessima idea di sbarcare a Caracas. Nessuno ha dimenticato l’intesa tra gli Stati Uniti e Pérez Jiménez. La folla ringhia, fischia e sballotta l’auto dello “yankee”; gli studenti scandiscono: “Fuori Nixon!” “Morte all’imperialismo!”
La risposta non si fa attendere. Il 21 luglio 1958, il generale Castro León, ministro della Difesa, presenta alla giunta un ultimatum chiedendo lo scioglimento del PCV e di AD, minacciando un “pronunciamiento” (colpo di Stato). Reazione popolare, viene immediatamente indetto uno sciopero generale. Nel frattempo, a Washington, si attiva anche il Dipartimento di Stato. Su sua iniziativa, il 31 ottobre viene firmato lo storico Patto di Punto Fisso. Una simpatica condivisione del potere: un’alternanza tra i tre partiti dominanti – AD, Copei e URD – garantirà la stabilità del Paese.
Le elezioni si tengono il 7 dicembre. Il PCV e la sinistra sostengono Larrazabal. Gli esuli politici tornano, a cominciare da Romulo Betancourt. A causa del del sostegno ricevuto dai comunisti, Larrazabal perde i voti di una parte della classe media. La rete di AD fa il resto. Alla fine, vince Betancourt. Il 13 febbraio 1959, l’ex conquistatore di Medina Angarita entra in carica.
Due importanti vittorie si sono tuttavia succedute. Prima, il rovesciamento di Pérez Jiménez, e poi, a Cuba, colpo di scena ancora più terrificante, quello di Fulgencio Batista. Per tutto il 1958, in Venezuela, si svolge una campagna di raccolta fondi – “Un bolivar per la Sierra Maestra” – per sostenere la rivoluzione cubana. Negli ultimi mesi della marcia trionfale dei “barbuti”, Larrazábal invia loro un aereo carico di armi per dimostrare la solidarietà latinoamericana. In seguito Caracas diventa la prima capitale a riconoscere il governo rivoluzionario instaurato all’Avana.
All’inizio del 1959, quella forza della natura che è Fidel Castro arriva proprio a Caracas, dove viene ricevuto meglio di Nixon! La maggior parte degli istigatori della Rivoluzione venezuelana si presentano all’aeroporto per accoglierlo: Larrazábal, Fabricio Ojeda (URD), Luis Beltrán Prieto (AD) e Gustavo Machado (PCV). In compenso Betancourt. a pochi giorni dal suo insediamento a Miraflores (il palazzo presidenziale), è recalcitrante ad incontrare Castro. Sotto una parvenza di cordialità, lo fa solo tappandosi il naso.
Ai 300.000 venezuelani riuniti nella Plaza del Silencio a Caracas, il leader dell’isola ribelle parla per tre ore consecutive. Inizia così: “Perché sono venuto in Venezuela? Sono venuto in Venezuela, prima di tutto, per gratitudine; in secondo luogo, per un obbligo elementare di reciprocità verso tutte le istituzioni che mi hanno generosamente invitato a partecipare, in questo glorioso giorno del 23 gennaio, alla felicità del Venezuela; ma anche per un altro motivo: perché il popolo cubano ha bisogno dell’aiuto del Venezuela; perché il popolo cubano, in quest’ora difficile ma gloriosa della sua storia, ha bisogno del sostegno morale del popolo venezuelano”. Ogni parola di Fidel suscita applausi scroscianti. Tra i due paesi nasce un legame di affetto.
Fin dal momento in cui prende il potere, Betancourt si sforza di rassicurare i “moderati”, e ci riesce. Sebbene il sostegno delle masse lo abbia aiutato a essere eletto, è fuori questione che si permetta loro di partecipare al potere. La pressione esercitata da Washington è forte e Caracas dipende economicamente dagli Stati Uniti. Betancourt accentua il suo spostamento a destra. Persino l’ala sinistra di AD trova il suo programma riformista troppo timido. Il suo rifiuto categorico di consentire a Ernesto “Che” Guevara o a Raúl Castro di partecipare a una manifestazione del PCV in commemorazione della Rivoluzione Russa acuisce le tensioni[10]. Nell’aprile del 1961, pur rifiutandosi di fornire qualsiasi sostegno materiale, Betancourt appoggia l’invasione della Baia dei Porci. A novembre, quando Cuba si dichiara “socialista”, si rompono le relazioni diplomatiche. A metà dicembre, anche il presidente John F. Kennedy sbarca a Caracas per mostrare il suo sostegno all’azione intrapresa contro “il comunismo”.
La Costituzione della Repubblica del Venezuela è stata approvata a maggioranza il 23 gennaio 1961. Neanche 24 ore dopo, Betancourt sospende le garanzie costituzionali e lancia una brutale repressione contro i sindacati, gli studenti e i militanti dei partiti di sinistra. Con l’intermediazione di Fabricio Ojeda, i transfughi dell’ala radicale di AD, che hanno creato il Movimento della Sinistra Rivoluzionaria (MIR)[11], cominciano a collaborare con il PCV. Nel suo Terzo Plenum del marzo 1961, il PCV adotta un duplice approccio: da un lato, continuare con tutti i mezzi l’attività legale attraverso i suoi sette deputati e due senatori, la sua stampa e i sindacati; dall’altro, forma segretamente un apparato clandestino. Facendo sempre affidamento sul suo contingente di 200 ufficiali, tra cui un certo numero di capi battaglione, il partito, sotto l’impulso di Pompeyo Márquez (segretario generale), Teodoro Petkoff (leader del JC), Guillermo García Ponce e Douglas Bravo, si dirige verso la resistenza armata.
Le masse urbane si organizzano. Il governo Betancourt risponde: Caracas subisce quotidianamente delle ronde strada per strada, perquisizioni e l’istituzione di posti di controllo armati. Il 28 giugno 1961 si verifica la prima rivolta militare: 40 morti a Barcelona. Il 4 maggio 1962, un gruppo di civili e di soldati al comando del capitano Jesús Molina Villegas conquista Carúpano. Questo “Carupanazo” viene rapidamente neutralizzato. Un mese dopo, un’altra rivolta “civico-militare” scoppia presso l’importante base navale di Puerto Cabello, il “Porteñazo”. Un assedio e un bombardamento pongono fine alla rivolta, al prezzo di 400 morti. Tra le altre conseguenze, queste azioni portano alla messa al bando del PCV e del MIR (11 maggio), nonché all’incarcerazione di numerosi ufficiali membri ad essi legati, alcuni dei quali in seguito si uniranno alla guerriglia.
In effetti, il PCV e il MIR hanno ora formato un Fronte di Liberazione Nazionale (FLN) dotato di una struttura operativa: le Forze Armate di Liberazione Nazionale (FALN). Oggettivamente giustificate dalle disastrose condizioni sociali, delle unità di guerriglia operano e si sviluppano in sei stati: Mérida, Zulia, Miranda, Lara, Trujillo e Falcón.
Al di là delle apparenze e delle generalizzazioni, le diverse opzioni discusse e attuate non hanno mai avuto l’unanimità all’interno del partito. Esisteva una separazione tra gli onesti militanti del proletariato, che avevano consacrato la propria vita alle lotte sindacali nelle cosiddette imprese “nazionali”, o i trust statunitensi, e le masse che vivevano ai margini nelle campagne, o i “ranchitos”[12], in una lotta quotidiana per la sopravvivenza. Pur essendo sfruttati, i primi intendevano preservare i vantaggi acquisiti e si trovavano in una posizione privilegiata rispetto ai secondi[13]. Da qui la loro minore propensione alla guerra, nel vero senso della parola. D’altra parte, la nozione di “alleanza civico-militare” suscitava forti resistenze. Nel dibattito ideologico, come avrebbe poi riferito il leader storico Francisco “el flaco” Prada, “esisteva la visione semplicistica che militare e fascista fossero la stessa cosa”. La visione che il sovietismo classico ci vende è che, con i militari, non si può fare nulla. La nostra storia ci ha detto un’altra cosa[14].
Le azioni della guerriglia urbana attirano nel 1963 l’attenzione del modo intero (rapimento del calciatore argentino Alfredo Di Stefano, sequestro dell’attaché militare americano, dirottamento della nave cargo Anzoategui e di un aereo, ecc.). L’anno precedente, tuttavia, era stato segnato a livello internazionale da un evento cruciale: la crisi cubana dei missili (da aprile a ottobre 1962). Al termine del braccio di ferro tra Washington e Mosca, l’URSS si era impegnata a ritirare i suoi missili da Cuba, ma anche il suo sostegno ai movimenti armati nel continente. Da nord a sud, i partiti comunisti approvano questa decisione. Inizialmente, solo il PCV (il cui segretario generale Pompeyo Marquez langue in prigione) e il Partito Comunista di Colombia (PCC), che nel 1964 fonderà le Forze Armate Rivoluzionarie della Colombia (FARC), non si sentono obbligati a obbedire a Mosca[15]. Ciononostante in Venezuela il dibattito infuria. In linea con la politica di ripiego promossa dall’Unione Sovietica, un’ala del partito, in semi-clandestinità o in galera, vuole dichiarare una tregua unilaterale e tornare all’azione politica legale. Adottando la linea della “pace democratica”, nell’aprile del 1964 riesce ad affermarsi. Alla fine del 1965, la crisi raggiunge il suo apice. Dato che la guerriglia rurale non è più sostenuta dalle leadership urbane, i rifornimenti, il vestiario e le armi scarseggiano.
Le cause profonde che avevano portato alla resistenza armata sono ancora presenti. Douglas Bravo e Fabricio Ojeda si rifiutano di deporre le armi. “I veri rivoluzionari, i veri marxisti-leninisti militanti del vecchio Partito Comunista, si sono riuniti in un nuovo partito, il vero Partito Comunista, il Partito della Rivoluzione [PRV]”, avrebbe poi spiegato Douglas Bravo[16]. Come comandante in capo del FALN, è lui che guida la formazione, accompagnato dai capi della guerriglia (inclusi i militari che ne fanno parte), da un settore del PCV e da buona parte dei leader comunisti di Caracas (senza dimenticare i giovani militanti del MIR). Nei suoi primi scritti intitolati “I documenti della montagna” (1964-1965), il comunista Douglas Bravo ha nuovamente rivendicato l’alleanza tra civili e militari patrioti, ma va anche oltre nel processo di “creolizzazione” della rivoluzione: “Quando siamo stati espulsi dal Partito Comunista, è stato perché rivendicavamo gli elementi teorici di Simón Bolivar, Simón Rodriguez, Zamora e altri nostri teorici, i cui postulati si scontravano con quelli dell’ortodossia del pensiero sovietico”.
A questo punto, a vent’anni di distanza, ritroviamo quei Bolívar e Zamora, proposti dal PCV nel 1945. A loro si unisce Simón Rodríguez (1769-1854), il precettore del giovane Bolívar, al quale aveva chiesto, per lottare contro il giogo spagnolo, “di inventare, di essere originali, di non copiare più la vecchia Europa”[17].
La rottura ideologica irreversibile dei ribelli con il PCV, l’URSS e i partiti filosovietici avrà luogo nell’agosto del 1966, quando Douglas Bravo teorizzerà un “marxismo-leninismo-bolivariano” e “la nazionalizzazione del pensiero rivoluzionario”.
Nel dicembre 1963, Azione Democratica ha mantenuto il potere nella persona di Raúl Leoni. L’esercito intensifica le operazioni di “pacificazione”. Nonostante nuovi scoppi di violenza insurrezionale nel 1966 e nel 1967, la macchina antiguerriglia messa in atto dal Comando Sud[18] si dimostra terribilmente efficace. I guerriglieri portano solo attacchi limitati “contro la cricca militare oligarchica, il principale apparato repressivo della borghesia fantoccio al servizio dell’imperialismo yankee”.
Anche tra i compagni del “Gallo Rojo” (“Gallo rosso”, emblema del partito), lo scontro è piuttosto intenso. Il colpo di stato contro il progressista Juan Bosch e l’invasione della Repubblica Dominicana da parte dei Marines statunitensi nel 1965 hanno convalidato, se mai ce ne fosse stato bisogno, l’analisi dei radicali. Fin dal nel 1966, Fabricio Ojeda e Douglas Bravo hanno denunciato all’Avana il comportamento del Politburo del PCV. Il 13 marzo 1967, in un discorso clamoroso, Fidel Castro denuncia il “tradimento ” del PCV. Dall’esilio, il nuovo segretario generale del partito, Jesús Faria, condanna a sua volta Bravo, stigmatizzando “il minuscolo gruppo antipartitico guidato da un ex membro del Comitato Centrale con tendenze militariste e caudilliste”[19]. Bravo viene espulso dal Politburo. La rottura tra le FALN e il partito si consuma durante la conferenza dell’Organizzazione della Solidarietà dei Popoli Latinoamericani (OLAS), che si tiene all’Avana nell’agosto del 1967, in assenza del PCV. Questa situazione permette un relativo riavvicinamento tra il Partito Comunista e il governo Leoni.
Dal 1969 al 1974, il social-cristiano Rafael Caldera dirige il paese. Il PCV continua ad essere scosso da convulsioni che però stavolta provengono… dalla sua ala destra! Teodoro Petkoff, teorico e membro del Politburo fino al 1969, diventa un dissidente. Dopo aver scritto un libro sull’invasione della Cecoslovacchia da parte del Patto di Varsavia, attacca violentemente la “vecchia guardia”, che resta maggioritaria, e l’ortodossia del partito. Invitando i suoi compagni a ridefinire il rapporto del PCV con l’Unione Sovietica (anche se non per le stesse ragioni), li esorta ad affrontare i problemi del socialismo in termini nuovi. In linea con il presidente del partito, Gustavo Machado, e il suo segretario generale, Jesús Faria, il giornale ufficiale del PCV, Tribuna Popular, tenta di smorzare la polemica. Senza risultati conclusivi: accompagnato dal leader storico Pompeyo Márquez, Petkoff sbatte la porta e fonda il Movimento verso il Socialismo (MAS).
«Dall’inizio dell’anno», commenta il quotidiano francese Le Monde, «il Venezuela ha due partiti comunisti»…
Di già! Non siamo né nel 2020 né nel 2025. Siamo nel 1971.
Salto temporale: durante il suo passaggio al MAS, di tendenza socialdemocratica, nel 1996 Petkoff diventerà un ministro della Pianificazione spiccatamente neoliberista, durante il secondo mandato di Rafael Caldera. Due anni dopo lascerà il MAS, in disaccordo con il sostegno dato dal partito alla candidatura presidenziale di Hugo Chávez. Il MAS passerà all’opposizione nel 2002. Giornalista e direttore del quotidiano Tal Cual, Petkoff sarà fino alla sua morte (2018) un fermo oppositore del chavismo (ma condannerà il tentato colpo di stato dell’11 aprile 2002).
Per quanto lo riguarda, dal 2004 fino alla sua morte, avvenuta nel giugno 2017, Pompeyo Márquez – anche lui ministro (delle frontiere) durante il secondo mandato del neoliberista Caldera – diventerà uno dei portavoce della destra più recalcitrante (particolarmente apprezzato a causa del suo passato), contro il capo di Stato bolivariano.
Frustrato per essersi fatto “rubare” la sua rivoluzione” e divenuto, in età avanzata, un fervente “ambientalista”, Douglas Bravo si opporrà anche lui a Chávez, ma senza mai scendere a patti con la destra.
A sostegno dell’esercito, i berretti verdi statunitensi hanno organizzato dei battaglioni di “cacciatori” specializzati nella controguerriglia. La lotta armata è stata sconfitta militarmente. E’ Caldera, durante il suo primo mandato presidenziale, che ha portato a termine il processo di pacificazione. I guerriglieri escono dalla clandestinità. Il governo autorizza la legalizzazione del PCV. Solo pochi gruppi di irriducibili restano in montagna, tra cui i maoisti di Bandera Roja. Nel 1976 viene spedito a Cumaná a sradicare una di queste insurrezioni il giovane tenente Hugo Chávez. Durante i suoi spostamenti tra villaggi miserabili e baracche fatiscenti, Chavez scopre la miseria dei contadini. Tanta sofferenza lo scandalizza. Può capire la loro ribellione. La capisce. Se la prenderà con la fortezza borghese. Ne disprezza definitivamente le leggi. Comincia a cospirare. La sua fonte di ispirazione? La Santa Trinità venezuelana: Bolivar, Rodríguez, Zamora.
Arrivano poi insieme Carlos Andrés Pérez (1974-1979) e il boom petrolifero. Il Venezuela diventa il “Venezuela saudita”. Tuttavia, la corruzione rimane ciò che funziona meglio. Ma l’astuto socialdemocratico allaccia relazioni con Cina, Cuba e URSS. Sedotti o spinti dal pragmatismo, il PCV, il MIR e il MAS si adeguano. Senza peraltro riuscire ad entusiasmare le masse popolari:: alle elezioni, il PCV ottenne tra lo 0,5% e l’1% dei voti.
I presidenti si succedono. Governo dopo governo, gli emarginati vivono l’incubo di una crisi economica e sociale senza fine. È quindi logico che, usciti dalla clandestinità, il comunista dissidente Douglas Bravo e il suo PRV rimangano fedeli alla strategia “civico-militare”. Douglas è in contatto con un cospiratore dell’aeronautica militare, William Izarra. “Mi passava i nomi degli ufficiali perché io li contattassi”, racconterà in seguito Izarra, ricordando l’ex guerrigliero.
Milita nel PRV Adán Chávez, professore alla Facoltà di Scienze dell’Università delle Ande e al Collegio La Salle di Mérida. È lui a mettere in contatto suo fratello Hugo con questo gruppo di ufficiali ribelli e con Douglas Bravo. Nell’ambito di questa loggia, Francisco Arias Cárdenas esercita una forte influenza. Chávez, da parte sua, fa molto affidamento sulla sua classe (Simón Bolívar II) e sui suoi Centauri (allievi dell’Accademia Militare). Per vie diverse, tutti convergono sui principi “bolivariani”. “Quello che è certo”, avrebbe poi testimoniato Cárdenas, parlando del suo gruppo, ” è che i concetti essenziali di riferimento storico che abbiamo adottato provenivano dal PRV. Questo è innegabile. Li avevo letti su Ruptura (l’organo ufficiale del movimento politico Ruptura, braccio legale del PRV-FALN) ” .
L’utopia socialdemocratica crolla. Il calderone venezuelano esplode una prima volta il 27 febbraio 1989. Carlos Andrés Pérez occupa Miraflores per un secondo mandato. Imposto dal FMI, il suo programma di aggiustamento strutturale colpisce duramente i poveri. Spontanei, anarchici e senza leader, decine di migliaia di rifiuti della storia devastano Caracas. La rivolta si conclude con un massacro: 347 morti (ufficialmente), almeno 3.000 (cifra generalmente accettata dagli storici).
Precedendone l’imminente sparizione, il crollo dell’Unione Sovietica rende il PCV muto e inefficace. Anche nel contesto di una crisi così profonda, non sarà al suo interno che si giocherà il futuro del Paese.
Al contrario, per i militari ribelli, questo “Caracazo” è il detonatore che legittima definitivamente l’idea della rivolta, che avrà luogo senza la partecipazione dei civili, troppo “divisi” e “indisciplinati”. Nel 1991, Chávez, il cui carisma lo ha trasformato nel leader della ribellione, prende le distanze da Bravo e dagli ex guerriglieri del PRV. Il 4 febbraio 1992, entra in azione e tenta di rovesciare Carlos Andrés Pérez.
La rivolta militare del 4-F fallisce. I venezuelani scoprono in televisione il tenente Hugo Chávez, questo strano soldato. Un uomo “coraggioso”. Piuttosto atipico. Davanti alle telecamere, si assume le sue responsabilità. In un paese dove nessuno è mai responsabile di nulla! Un’ondata di simpatia nasce spontanea nei barrios (quartieri poveri). Condannati a pene severe, i ribelli vengono incarcerati nella prigione di San Carlos a Caracas. I militanti del PCV si grattano la testa. Non sanno cosa pensare. “Era un soldato”, ricorda Henry Parra. ” Per noi, un soldato latinoamericano puzzava. Solo un altro gorilla!”. Nel suo editoriale, Tribuna Popular, il quotidiano del partito, si chiede tuttavia, pochi giorni dopo gli eventi: “Come possiamo sperare che questa situazione [economica e sociale] non si faccia sentire anche all’interno delle Forze Armate? Ufficiali e soldati non sono forse figli del popolo?” Meno di un mese dopo, Tribuna Popular va oltre pubblicando una delle primissime interviste con i quattro principali leader del 4-F. Al giornalista Lino Pérez Loyo, allora segretario politico del Comitato Regionale del PCV a Caracas, il detenuto Chávez spiega il suo punto di vista: “Non dobbiamo aver paura. Non siamo anticomunisti – e saluti a tutta questa gente. I comunisti, come i militari (…), come il popolo venezuelano, hanno il diritto di essere ascoltati[20]”.
Nel 1993, Carlos Andrés Pérez deve dimettersi per corruzione. Rafael Caldera, un dissidente del Copei, eletto da una coalizione di diciassette partiti, gruppi e gruppuscoli che vanno dall’estrema destra all’estrema sinistra (tra cui il PCV), torna al potere. La situazione sociale rimane così esplosiva che, per allentare la morsa dell’agitazione popolare, nel 1994 Caldera annuncia l’amnistia per i militari ribelli, a condizione che lascino l’esercito. Con la morte nel cuore, Chávez si spoglia dell’uniforme. Non delle sue ambizioni. Mette a profitto il suo rientro nell’ombra per creare il Movimento Bolivariano Rivoluzionario-200 (MBR-200). Inizia a viaggiare per il Paese. Di pueblo (villaggio) in pueblo, la sua voce vibra su un registro che diventerà familiare.
A sinistra, l’irruzione di questo uragano nella vita politica non rende tutti felici. Chávez confida al giornalista Ignacio Ramonet: “ Il Segretario Generale del Partito Comunista ha affermato, quando sono uscito di prigione, che ‘la presenza del caudillo Chávez nuoce al movimento popolare’. Si opponeva persino alla mia partecipazione a marce e manifestazioni. Non avevano capito niente. Quello che stavano facendo era campagna elettorale e opportunismo[21]”.
Il cambiamento nella base si verifica, con gli occhi puntati sull’Avana, il 14 dicembre 1994. “Abbiamo capito chi era Chávez quando è stato ricevuto da Fidel Castro. Questo è diventato il riferimento. Se Fidel lo riceveva in quel modo, significava che era uno di noi!”. Da quel momento in poi, non ci sono più discussioni. Guidato da Henry “el Gallo” Parra, il comitato regionale di Táchira è il primo a dichiarare il proprio sostegno alla candidatura di Chávez per la presidenza. A livello nazionale, il PCV precede anche gli altri partiti nell’annunciare il proprio sostegno. Eletto Chávez alla fine del 1998, il partito si unisce all’Alleanza Patriottica e alle Forze Bolivariane.
I militanti del “Gallo Rojo” sono in piazza, in mezzo alla folla inferocita, quando, dall’11 al 13 aprile 2002, il capo dello Stato viene rovesciato per breve tempo. L’alleanza tra comunisti e forze bolivariane permetterà loro di eleggere otto parlamentari nel 2005.
Unione o no, nel 2007 la direzione del PCV accoglie senza eccessivo entusiasmo la creazione del Partito Socialista Unito del Venezuela (PSUV) da parte di Chávez. Pur mantenendo il sostegno “della classe operaia cosciente” alle “forze motrici della rivoluzione nella sua attuale fase di transizione”[22], il PCV sceglie di conservare la propria indipendenza. Ciononostante, permette a uno dei suoi membri, il capo dell’organizzazione David Velásquez, di diventare Ministro del Potere Popolare per la Partecipazione e la Protezione Sociale (PADES).
Tuttavia, gli “ortodossi” vivono male la popolarità del “comandante” e la rapida ascesa al potere di questo partito multiclassista che è il PSUV. Il 19 giugno 2009, davanti all’Assemblea nazionale, il deputato comunista (e futuro segretario generale) Oscar Figuera rimette implicitamente all’ordine del giorno la questione “Marx-Bolivar”, mettendo in discussione il “socialismo del XXI secolo” sostenuto dal capo dello Stato e insistendo sul fatto che “l’unico socialismo esistente è il socialismo scientifico”. Nel gennaio 2010, con l’incoscienza (o l’arroganza) della rana che vuole farsi grande come il bue, il comitato centrale chiede che si formi una direzione collettiva del processo rivoluzionario, “incluso il presidente Chávez”[23]. Troppo buoni!
Nelle regioni, i militanti di base non sono realmente coscienti di questa ostilità ricorrente. Lavorano duramente per sostenere le politiche sociali di Chávez. Nessuno si perde il suo programma televisivo domenicale, “Alo Presidente”. Tutti sono affascinati da questi pezzi di educazione politica e ideologica. “La prima cosa che un giovane comunista impara, prima del marxismo-leninismo, è l’antimperialismo”, spiega Henry Parra . “Come latinoamericani, è la prima cosa che impariamo. Chávez era un patriota, sulla nostra stessa lunghezza d’onda, quindi lo difendevamo”.
Tuttavia, come Parra, bisogna entrare nel comitato centrale per scoprire con sgomento l’esistenza di fortissimi dissensi. “Non si discuteva più di programmi o di progressi politici; si dibatteva senza sosta sul culto della personalità, sull’autoritarismo, sulla burocrazia, ecc.; qualsiasi pretesto era buono per criticare Chávez.”
Sebbene nel 2010/2011 le divergenze si siano intensificate, il PCV sostiene Chávez in quella che sarà la sua ultima campagna presidenziale, nell’ottobre 2012. Sebbene ai voti dei suoi militanti si siano aggiunti quelli dei chavisti critici, che hanno trovato in questo voto un modo per esprimere il loro relativo malcontento, è l’appartenenza del partito al Grande Polo Patriottico (GPP) che gli consente di raccogliere 485.000 degli 8 milioni di voti espressi per il leader bolivariano (il 3% dei voti totali)[24].
Con la scomparsa del leader della rivoluzione (5 marzo 2013), “il PCV rimane fermamente con coloro che, come Chávez, sanno vivere e morire con dignità per i più alti interessi del popolo[25]”. Realisticamente, in un contesto ancora segnato dall’intensa emozione provocata dalla morte del “comandante”, il partito sostiene l’elezione dell’uomo che Chavez aveva designato come suo successore, Nicolás Maduro. Lo farà di nuovo nel 2018, pur moltiplicando le proprie critiche, mentre infuria la “guerra economica”. Tanto che, durante un Congresso Nazionale, i guerriglieri sopravvissuti degli anni ’60 abbandonano la sala, urlando a Figuera: “È per questa rivoluzione che abbiamo combattuto tutti, quindi smettila di insultare coloro che sono morti per essa[26]!”.
All’aggressione dissimulata, ma economicamente devastante, di Washington segue una guerra aperta, ancora più mortale. Il deputato Juan Guaidó si autoproclama presidente il 23 gennaio 2019. Donald Trump moltiplica le sanzioni. Trenta miliardi di dollari di beni del Paese all’estero vengono confiscati. La sua industria petrolifera è paralizzata. I suoi settori minerario e aurifero sono messi al bando. Le sue importazioni di medicinali e di alimenti sono ostacolate. Di conseguenza, spariscono i beni di prima necessità. Si formano file interminabili per procurarseli. Le condizioni di lavoro peggiorano. I salari crollano, erosi dall’inflazione. “Tutte le opzioni sono sul tavolo!” ruggisce ogni giorno più forte la cricca al potere alla Casa Bianca (Trump, Mike Pence, Mike Pompeo, John Bolton, ecc.). L’economia venezuelana crolla. Per molti, sia all’interno che all’estero, il “regime” si spaccherà; l’esercito si ribellerà; la popolazione si solleverà; i giorni di Maduro sono contati.
“Quando la nave affonda, i primi ad abbandonarla sono i topi”, sogghigna Parra a posteriori. Nel 2020, la “cúpula” (direzione) del PCV rompe pubblicamente con il capo dello Stato a causa “dell’attuazione di un programma di aggiustamento aggressivo, impopolare e ultraliberista” mascherato dietro “un fallace discorso antimperialista e di ‘sinistra’”. Un ” tradimento del chavismo”, per dirla in parole povere.
Parra: “Hanno dato a Maduro la colpa del disastro economico e sociale, mentre in realtà c’è un blocco criminale, mille misure prese da Trump contro la nostra patria. In questa situazione, qualsiasi buon trotskista vi dirà che il colpevole è Maduro! Hanno completamente estrapolato la situazione dal suo contesto.”
Il PCV “figuerista” (“guidato da Figuera”) e altri partiti di scarsissima rilevanza abbandonano il Grande Polo Patriottico per creare l’Alternativa Popolare Rivoluzionaria (APR). Durante le elezioni legislative del dicembre 2020, questa “opposizione di sinistra” presenta i propri candidati. Dato il boicottaggio di una gran parte della destra, incantata da Guaidó, il PSUV stravince (68,4%). La coalizione APR/PCV ottiene un misero 2,7%.
Il Táchira è la regione più “calda” del Venezuela, dove le “guarimbas” (insurrezioni dell’opposizione nel 2014 e 2017) sono state più violente e dove la vicinanza del confine colombiano rappresenta un pericolo reale. Nel 2021, in occasione delle elezioni dei governatori, vi si presentano due candidati contro la destra: uno del Gran Polo Patriottico, Freddy Bernal, storico leader chavista molto rispettato; l’altro del PCV, Juan Carlos Guevara. Nessuno ha consultato il Comitato Regionale prima di imporre quest’ultimo. Aggressivo, Guevara si presenta come “l’unico candidato di sinistra”: Bernal, dichiara, “rappresenta Nicolás Maduro e le sue politiche neocapitaliste e liberiste. Rappresenta l’aggressione alla sinistra, l’attacco agli interessi dei lavoratori e lo sfruttamento della classe operaia del Paese”.
“Se ti dividi, puoi perdere“, sospira Parra. “Se la destra avesse vinto, e avrebbe potuto vincere, avrebbe riportato i paramilitari. Allora con un gruppo di compagni abbiamo deciso di non appoggiare la candidatura del candidato proposto dal PCV. Abbiamo fatto campagna per Bernal, lo conosco da anni. E, fortunatamente, abbiamo vinto.”
Rappresaglie: Il 12 novembre 2021 viene annunciata l’espulsione di Henry Parra (e del segretario politico regionale Jaime Otero): “Tutto ciò che mi resta da dire”, spiega la portavoce Yhon Luna, ” è che il Partito Comunista del Venezuela si sta rafforzando purificandosi dall’individualismo e dall’opportunismo. Dal PCV, vi auguriamo buon viaggio”. L'”espulsione” avviene in modo informale; non è stata rispettata nessuna delle procedure interne del partito.
Nella base si diffonde una protesta silenziosa. Molti militanti se ne vanno. “Il movimento insurrezionale è partito da Monagas “, racconta Griseldys Herrera. “Gli statuti del partito affermano che esso è marxista-leninista e che sostiene la rivoluzione. Affiancandosi alla retorica e alle azioni anti-chaviste, il ‘figuerismo’ stava cambiando la linea del partito. Ci siamo incontrati con un gruppo di compagni e abbiamo iniziato a discutere. ‘Loro’ sanno di star facendo il gioco della destra! Tutto ha un limite, ‘compagno’!”.
“Llaneros”, “andini”, “orientali”[27], i protestatari sono individuati e contattati. Dalle cellule e dai comitati regionali, l’opposizione interna si organizza… A Caracas, qualunque scusa è buona perché questi scontenti non partecipino più a nessuna attività.
E così che il XVI Congresso Nazionale del 6 novembre 2022 riunisce solo 83 delegati, rispetto ai 530 di cinque anni prima. “Chiunque non fosse d’accordo con la ‘linea anti-chavista’ non ha potuto partecipare”. Figuera viene confermato Segretario Generale e dotato di un Comitato Centrale praticamente di famiglia, formato da “compagni storici” di 80 o 90 anni, alcuni dei quali non hanno nemmeno partecipato al Congresso.
Questo rifiuto di democrazia scatena definitivamente la ribellione. “Il popolo militante del PCV” rivendica i propri diritti. Non ha più istanze per farlo all’interno del partito, l’ultima a cui avrebbe potuto rivolgersi era… il Congresso. “Ci sarebbe sempre il Tribunale Celeste”, ride Parra, “ma noi siamo atei!”. Disperati, i “compagni” si rivolgono alla Corte Suprema di Giustizia (TSJ). Assistiti da un gruppo di avvocati, redigono un documento che dimostra il loro status di militanti e chiedono un nuovo Congresso. L’11 agosto 2023, la TSJ dà loro ragione, ordina la nomina di una commissione ad hoc – non un Politburo! – incaricata di organizzare un nuovo Congresso a cui parteciperanno tutti i militanti[28].
Nessuno è escluso, nessuno viene espulso. Né Figuera, né nessun altro. Se Figuera rimane fuori dal processo, è perché non accetta la decisione della Corte Suprema. Perché la mette in discussione. Perché la attacca. Perché denuncia i militanti provenienti dai ventiquattro stati del Venezuela quando, nel maggio 2023, eleggono un presidente della Commissione – Henry Parra. “Mercenari del dittatore Maduro!“, sostiene Figuera, suscitando scalpore in molti partiti comunisti sparsi per il mondo. Da allora in poi, si ricorre a ogni sorta di eccessi: “Vogliono far fuori il PCV perché pretendono di liquidare la storia rivoluzionaria, liquidare il passato”, scrive il dirigente “ortodosso” Rafael Uzcátegui. “Il presidente Nicolás Maduro non ha storia, nessun ricordo da mostrare come rivoluzionario; ha bisogno di identificarsi con una sinistra che non esiste e di liquidare tutto ciò che testimonia l’accumulo di valori rivoluzionari[29].
Ex sindacalista, il “presidente operaio” Maduro è stato ministro degli esteri di Chávez durante il lungo periodo in cui la loro politica godeva del sostegno del PCV.
Nella sua logica vittimistica, e nell’immutabile fraseologia indigesta che accompagna ogni comunicato – “in quanto partito rivoluzionario della classe operaia, che agisce in totale indipendenza dai fattori del capitale e dello Stato borghese, guidato dai principi del marxismo-leninismo, dell’anticolonialismo, dell’antimperialismo e dell’internazionalismo proletario, a protezione della pace e della sovranità dei popoli e ispirato dall’ideale di emancipazione, latinoamericanista e unificatore del liberatore Simón Bolívar [30]… ” – il “figuerismo” nel 2023 mette sotto accusa l’ineleggibilità della leader di estrema destra María Corina Machado, che ha costantemente chiesto sanzioni e persino un intervento militare contro il Venezuela. È questo sostegno sempre più palese alla destra sfacciata che porterà, nel gennaio 2024, all’espulsione – stavolta molto reale – di Figuera dal PCV. Il PCV, in vista delle elezioni presidenziali del 28 luglio, si schiera con Maduro: “Il Grande Polo Patriottico è il posto che non avremmo mai dovuto lasciare! O sei in trincea o sei fuori dalla trincea. Non puoi stare nel mezzo”.
Il 25 giugno 2024, il “figuerismo” (rinominato “PCV-Dignità”) annuncia che alle elezioni presidenziali non sosterrà “né Nicolás Maduro né l’altra fazione borghese che lo affronta dall’opposizione”. Non senza creare una certa sorpresa, il partito appoggia il candidato Enrique Márquez del movimento Centrados en la Gente (“Centrati sulla gente”).
Eletto in parlamento una prima volta nel 2000, Márquez si è sempre opposto a Chávez, che ha definito “caudillo” e, peggio ancora… “comunista”! Ex membro del partito Un Nuevo Tiempo (UNT), dal quale è stato espulso nel 2018 per essersi rifiutato di obbedire all’indicazione di astensione e aver appoggiato il candidato della destra moderata Henry Falcón, è poi passato al Consiglio elettorale nazionale, di cui è stato membro, in qualità di rappresentante dell’opposizione, dal 2021 al 2023.
Moderato, Márquez? Dietro la sua candidatura si nasconde, in realtà, il “Piano B” dell’estrema destra. Dopo la conferma dell’ineleggibilità di María Corina Machado, è stato indicato come rappresentante dell’opposizione nel caso in cui il governo respinga la candidatura di Edmundo González Urrutia, l’uomo di paglia scelto per sostituirla. Márquez rappresenterebbe anche l’estrema destra se González, questo “vecchietto”, fosse costretto ad abbandonare la campagna a causa della sua salute cagionevole e a ritirarsi prima del giorno delle elezioni. Questo patto,
un segreto di Pulcinella[31], provoca forti reazioni all’interno di ciò che resta del PCV “ortodosso”. La risposta è classica: “Dopo una lunga indagine, il plenum del nostro comitato centrale ha scoperto che i dirigenti storici del nostro dipartimento per le relazioni internazionali, i deputati Carolus Wimmer e Ursula Aguilera, erano in realtà traditori al servizio del regime di Maduro”. Immediatamente, una nuova purga pone fine a ogni dissenso.
Insieme a Edmundo González, Márquez è l’unico candidato (su dieci) che si rifiuta di firmare l’Accordo sul Rispetto dei Risultati Elettorali promosso dal CNE. Insieme a Edmundo González, è l’unico che, avallando lo “scrutinio” parallelo e illegale messo in atto dall’estrema destra, si rifiuta di riconoscere la vittoria di Maduro. Con lui, il movimento “figuerismo” grida alla dittatura! Márquez avvia numerose azioni legali per chiedere l’annullamento delle elezioni. Poi Márquez viene arrestato. Il “figuerismo” fa campagna e allerta la “comunità internazionale” sul tema della persecuzione.
Secondo le autorità, Márquez è stato arrestato per due motivi: avrebbe redatto un documento che prevedeva che Edmundo González prestasse giuramento come “capo di Stato eletto” in un’ambasciata fuori dal Venezuela; tentando quindi di ricreare di fatto una presidenza illegittima simile a quella del boss dei boss, Pedro Carmona, durante il breve colpo di stato contro Chávez nel 2002, o di Juan Guaidó durante la farsa dell’autoproclamazione (gennaio 2019-gennaio 2023). Inoltre, Márquez avrebbe dei legami con un agente dell’FBI implicato nella destabilizzazione del Paese e arrestato poco tempo prima.
“Non c’è divisione. Qui c’è un solo PCV, di cui siamo attualmente responsabili”. Per un certo periodo, la commissione ad hoc di Parra e dei suoi collaboratori ha fatto pochi progressi. Si susseguono quattro elezioni: il referendum sull’Esequibo, poi le elezioni presidenziali del 2024; elezioni legislative e governatoriali, poi le elezioni municipali del 2025. “Eravamo in una campagna elettorale permanente; non era più possibile parlare del Congresso. Ora non ci saranno più elezioni per quattro anni. Possiamo occuparcene”. Il 25 ottobre scorso si è tenuta una conferenza nazionale straordinaria “per il recupero del PCV”. Al termine dell’incontro, i rappresentanti provenienti da tutto il Paese hanno pianificato di organizzare il XVI Congresso nel 2026, “non con cellule fantasma, come quella di Figuera”. Come si addice a questo periodo di tensione, il comunicato finale ha menzionato l’impegno a difendere la patria “da una possibile aggressione dell’Impero nordamericano ora chiamato ‘Regno degli Stati Uniti'”.
Il “figuerismo”, da parte sua, moltiplica le sue diatribe, inevitabilmente divise in due parti: una contro “l’aggressione politica e militare americana”; l’altra contro l’uso di questa situazione da parte del governo “illegittimo” e “socialdemocratico” di Maduro “per aggravare la repressione interna e la crisi sociale”. Senza moltiplicare gli esempi di assurdità, si noterà quello particolarmente significativo del membro del Politburo Carlos Lazo, che accusa Maduro di approfittare anche della minaccia militare statunitense “per portare avanti il suo progetto di cessione della sovranità [del paese]. In numerose occasioni, Maduro ha offerto il paese al capitale transnazionale in cambio del riconoscimento e del suo mantenimento del potere (…) Maduro si presenta agli Stati Uniti come il principale garante dei loro interessi”[32]. Che piaccia o no il capo di stato venezuelano, tutto in questo tipo di discorso traspira la malafede più caricaturale. E cosa dire delle ingiunzioni a Maduro perché se ne vada volontariamente per evitare una possibile invasione dei “marines” statunitensi[33]? Sono solo dei doppioni del discorso della destra radicale e una sottomissione totale all’intimidazione e al ricatto esercitati dall’amministrazione Trump sulla Repubblica Bolivariana.
Nel frattempo, 40.000 consigli comunali e quasi 5.000 comuni sviluppano il più ambizioso esperimento di democrazia partecipativa visto da molto tempo su scala nazionale di un paese[34]. Nel frattempo, nel quadro dell’alleanza “civico-militare-poliziesca” – un classico nella storia del paese – centinaia di migliaia di venezuelani si stanno mobilitando nella Milizia Bolivariana, spalla a spalla con il loro presidente, per difendere la rivoluzione, o anche semplicemente la sovranità nazionale, se dovesse accadere il peggio.
“Siamo stati insultati, chiamati mercenari, veniamo da un partito completamente distrutto!” Mentre, come l’estrema destra, il “figuerismo” si è rifiutato di partecipare alle ultime elezioni legislative e municipali, il PCV ha cominciato ad uscire dal baratro in cui lo aveva gettato la strategia “anti-chavista”. Con evidente successo. Ancorché modesti, i numeri parlano da soli. Alle elezioni presidenziali, il partito ha ottenuto 103.000 voti. Poi le elezioni parlamentari: 196.000 voti. E le municipali: 260.000 voti. Un progresso lento ma costante. Alle elezioni legislative, il partito è passato da uno a sei parlamentari. Il PCV ha ora anche quattro deputati regionali, 82 consiglieri e quattro sindaci – anche in questo caso in aumento.
Di fronte, “il gruppo Figuera è morto! Non hanno più gruppi regionali; noi ne abbiamo ventiquattro!” Ciò nonostante, il PCV ha dovuto fare campagna elettorale senza poter utilizzare un solo locale in tutto il Venezuela. Ha organizzato le riunioni nelle case dei compagni, sotto gli alberi di mango.
Henry Parra: “A loro sono rimasti tutti i beni materiali, e a noi i militanti!”
Resta la battaglia dell’“internazionale”. Per il momento, i “figueristi” hanno la meglio. “Se la fanno con l’estrema destra, ma la gente pensa che siano comunisti”, dice Griseldys Herrera. “Resistono perché hanno mantenuto la rete del partito”. Non è particolarmente grave il fatto che il gruppuscolo del PCRF (Partito Comunista Rivoluzionario di Francia) organizzi una raccolta fondi per sostenere Tribuna Popular, organo del PCV “sottoposto a una persecuzione intollerabile da parte dello Stato venezuelano e del governo socialdemocratico di Nicolás Maduro”[35]. È meno aneddotico quando una delegazione “figuerista” si presenta alla Festa de l’Humanité (12-14 settembre 2025), invitata da un Partito Comunista Francese (PCF) poco informato e diviso, o quantomeno turbato dalla situazione (anche se, fondamentalmente, a causa della sua vicinanza con Cuba, la causa della Rivoluzione Bolivariana suscita simpatia).
La visita “fguerista” è stata in realtà piuttosto breve. Composta da un venezuelano residente a Madrid e da un europeo remunerato, questa delegazione, che dovrebbe rappresentare la “sinistra venezuelana”, viene sistemata in uno stand condiviso con militanti del Partito Comunista Colombiano (PCC). Vi resta il solo sabato e la domenica scompare. “Finché parlavano solo di corruzione, li abbiamo lasciati fare”, ci ha spiegato quella stessa domenica una militante del PCC. ” Ma quando hanno cominciato a spiegare ai visitatori che il Venezuela è una dittatura, li abbiamo stoppati. Noi conosciamo bene la realtà della regione”.
Presenti quasi clandestinamente alla festa, Parra e Herrera hanno potuto intervenire e denunciare la portata dell’aggressione imperialista statunitense negli stand del Polo della Rinascita Comunista in Francia (PRCF) e dell’Unione per la Ricostruzione Comunista (URC)[36].
I partiti europei, primo fra tutti il Partito Comunista Greco (KKE), fieramente opposto “all’attacco del PSUV, con la complicità delle forze reazionarie di destra”, contro “il compagno Figuera”, restano propensi a sostenere Figuera, che conoscono e frequentano da molto tempo. In America Latina, il Partito Comunista Cileno si spacca in due, con una fazione schierata con il presidente Gabriel Boric, rappresentante di una cosiddetta sinistra “morale” più vicina al proprio ombelico che alla realtà.
Sarebbe tuttavia sbagliato credere che Maduro e il PCV, alleato del chavismo, siano isolati. Al contrario. All’interno della famiglia politica di ispirazione marxista godono di un forte sostegno. È infatti davanti al Partito Comunista del Brasile (PCdoB), e con la sua approvazione, che il presidente Luiz Inácio Lula da Silva, denunciando la crescente pressione americana, dichiara che “nessun presidente di nessun Paese può decidere cosa diventeranno il Venezuela e Cuba”. Vicino alla famiglia comunista, il Movimento dei Lavoratori Senza Terra (MST) non solo sostiene Caracas, ma collabora anche direttamente con i comuni e con il governo di Maduro. Le delegazioni – e non di secondo piano – sono numerose a Caracas, sia ad alto livello per i negoziati ufficiali, sia a livello di “solidarietà”per i congressi antifascisti regolarmente organizzati: partiti comunisti cubano, colombiano, peruviano, argentino, cinese, vietnamita, sudcoreano, filippino, nepalese, sudafricano, spagnolo, portoghese ecc.
“Quindi”, conclude Griseldys Herrera, “la nostra battaglia è spiegare agli altri che i ‘figueristi’ hanno creato una matrice d’opinione fuori contesto, sostenendo di essere dei perseguitati politici. In realtà, usano costantemente le strutture del partito e accusano il governo di essere fascista, pur esprimendosi liberamente e spostandosi allegramente in tutto il Venezuela”.
[1] Leggi “Padre Nobel è un bastardo” (14 ottobre 2025) – https://www.medelu.org/Le-Pere-Nobel-est-une-ordure-3110
[2] Leggi Thierry Deronne, “In Venezuela, Marx incontra la comune, Bolivar… e la guerra civile spagnola” (26 ottobre 2025) – https://venezuelainfos.wordpress.com/2025/10/26/au-venezuela-marx-rencontre-la-commune-bolivar-et-la-guerre-despagne/
[3] https://elcomun.es/2020/09/10/carta-a-los-partidos-comunistas-y-obreros-del-mundo-del-partido-comunista-de-venezuela/
[4] Aporrea, Caracas, 8 luglio 2021.
[5] Nata nel 1919, la Terza Internazionale Comunista o Comintern si proponeva di esportare la rivoluzione mondiale secondo il modello sovietico.
[6] El Nacional (pp. 15), Caracas, 17 ottobre 1945.
[7] Gallegos visse in esilio a Cuba e poi in Messico fino al 1958, anno del suo ritorno in Venezuela, dove risiedette fino alla sua morte nel 1969.
[8] Jean Ulric, Venezuela, Petite planète, Parigi, 1966.
[9] Alberto Garrido, Guerriglia e cospirazione militare in Venezuela, Casa editrice venezuelana, Mérida, 1999.
[10] Xavier Calmettes, “Riforma contro Rivoluzione? Relazioni Venezuelano-Cubane (1958-1961),” Rivista Interdisciplinare di Studi sulle Americhe – http://www.revue-rita.com/notes-de-recherche6/xavier-calmettes.html
[11] Più tardi ancora da questo movimento sarebbe emerso il Movimento Elettorale Popolare (MEP).
[12] Baraccopoli.
[13] Tesi sviluppata da Louis Constant in Con Douglas Bravo nella mafia venezuelana, “Partisan Files”, François Maspero, Parigi, 1968.
[14] Alberto Garrido, Guerriglia e cospirazione militare in Venezuela, op. cit.
[15] Le FARC si definirono allora come un’organizzazione politico-militare marxista-leninista di ispirazione bolivariana.
[16] Con Douglas Bravo nella macchia venezuelana, op. cit.
[17] Leggi Thierry Deronne, “In Venezuela, rinascita e vittoria del Partito Comunista” (17 giugno 2025) – https://venezuelainfos.wordpress.com/2025/06/17/au-venezuela-renaissance-et-victoire-du-parti-communiste/
[18] Comando meridionale dell’esercito degli Stati Uniti.
[19] Marcel Niedergang, Les 20 Amériques latines, Seuil, Parigi, 1969.
[20] https://prensapcv.wordpress.com/2013/03/25/lealtad-historica-con-chavez-y-la-revolucion/
[21] Ignacio Ramonet, Hugo Chávez. La mia prima vita, Galilea, Parigi, 2015.
[22] Punto n. 2 della risoluzione politica del XIII Congresso (straordinario) del 2007.
[23] Resoconto politico della 32a Plenaria del CC, 16 e 17 gennaio 2010.
[24] Il sistema elettorale consente di votare specificamente per uno dei partiti che sostengono un candidato (PSUV, PCV, PPT, Tupamaros, ecc.) il che permette, inoltre, di conoscere il risultato finale del candidato, ma anche il peso relativo di ciascuno dei partiti all’interno della coalizione.
[25] https://prensapcv.wordpress.com/2013/03/25/lealtad-historica-con-chavez-y-la-revolucion/
[26] Thierry Deronne, “In Venezuela, rinascita e vittoria del Partito Comunista”, op. cit.
[27] “Llaneros” : pianure (“los llanos” ); “andinos” : le Ande; “orientales” : la regione confinante con i Caraibi, nel nord-est del paese.
[28] Negli statuti, un delegato per cinque celle.
[29] https://prensapcv.wordpress.com/wp-content/uploads/2023/07/tp_3040.pdf
[30] Tra gli altri, Tribune Popolare, 28 novembre 2023.
[31] Anche France Info lo menziona, il che dimostra che il segreto era ampiamente divulgato! – https://www.franceinfo.fr/monde/venezuela/venezuela-la-figure-de-l-opposition-enrique-marquez-detenue-arbitrairement-affirme-sa-coalition_7001837.html
[32] https://www.aporrea.org/tiburon/n411346.html
[33] Neirlay Andrade (PCV): «I venezuelani oggi sono presi tra due spade», Contrapunto, 30 ottobre 2025 – https://contrapunto.com/entrevistas-ctp/neirlay-andrade-los-venezolanos-estamos-hoy-entre-dos-espadas/
[34] Leggi “Comuni e comunardi del Venezuela” (6 gennaio 2025) – https://www.medelu.org/Communes-et-communards-du-Venezuela
[ 35 ] https://www.pcrf-ic.fr/Soutenons-la-presse-ouvriere-au
[ 36 ] Organizzazione nata dalla fusione, nel 2024, dell’Associazione Nazionale dei Comunisti (ANC) e del Raggruppamento Comunista (RC).
*Giornalista
Fonte: https://www.medelu.org/Etre-communiste-au-Venezuela
Traduzione a cura del Partito della Rifondazione Comunista
[i] Miliardario francese, imprenditore e proprietario di numerosi media di destra (NdT).
