Il Senegal e la “Via africana al socialismo”

di Giovanni Santini (da Dakar) –

Quando si parla di “via africana al socialismo”, occorre tenere presenti vari elementi.

Il continente africano non ha conosciuto, come altre regioni del mondo,

un processo d’industrializzazione da cui è scaturita la formazione di una classe

operaia divenuta via via centrale nella società, se non altro per le dimensioni,

dando luogo alle dottrine socialiste e agli eventi che hanno caratterizzato i due

secoli scorsi. La produzione di beni e servizi è sempre stata gestita dalle potenze

coloniali, avvalendosi della manodopera locale tenuta in uno stato di sottomis-

sione, se non di vera e propria schiavitù, che ha impedito la formazione di una

coscienza di classe, parallelamente a quanto avveniva negli stati industrializzati

europei e nordamericani.

Inoltre, la decolonizzazione di gran parte del continente è abbastanza recente,

datando circa 65 anni. Ad essa, nella maggior parte dei casi, si è sostituito un

neocolonialismo di natura economica, monetaria e finanziaria, da cui solo oggi

molti paesi si stanno affrancando, grazie anche al mutamento in corso degli

equilibri geopolitici mondiali verso un multipolarismo, in cui anche quelle che

fino ad oggi sono state le periferie del mondo stanno assumendo un ruolo meno

marginale.

Fatte queste considerazioni, appare chiaro che una “via africana al socialismo”,

intesa realisticamente come possibilità d’introduzione di elementi di socialismo

nell’organizzazione della società, passa necessariamente attraverso la riappro-

priazione di una piena sovranità, non solo politica, ma anche economica e mo-

netaria, e delle proprie risorse naturali, su cui basare uno sviluppo autonomo.

Uno dei primi a teorizzare una “via africana al socialismo”, dopo la decolonizza-

zione del continente africano, fu il presidente del Senegal, Leopold Sedar Senghor.

I concetti che il primo presidente del Senegal metteva alla base di un cammino

africano verso il socialismo erano il marxismo, la “negritudine” e la religione. Da

studioso e fine intellettuale quale era, cerco’ di applicare, anche nell’azione di go-

verno, l’insegnamento marxista per cui, rifuggendo i dogmi, la dottrina socialista

va applicata alle realtà in cui ci si trova ad operare. Di qui la sua coniugazione

con gli altri due principi della negritudine e della religione. Quest’ultima, sia essa

mussulmana, cristiana o animista, è la linfa della civilizzazione del continente e

quindi la prima tappa del processo di liberazione delle masse africane. Un socia-

lista può essere ateo ma non necessariamente. Quanto alla lotta di classe, era, per

Senghor, non soltanto quella contro il dominio della borghesia sul proletariato,

ma anche quella contro il dominio sui popoli di colore da parte dell’uomo bianco

dell’Europa e del suo prolungamento nordamericano. Come Presidente cercò di

costruire un Senegal autonomo oltre che indipendente, in tempi non ancora ma-

turi per tale obiettivo. Ma il suo pensiero politico ispirò l’azione di altri capi di

stato che cercarono di incamminare il proprio paese verso il socialismo.

Tra questi, ce ne sono alcuni che hanno lasciato una forte impronta nell’im-

maginario collettivo della gioventù africana. Ricordiamo, tra gli altri, Thomas

Sankara, Patrice Lumumba, Julius Nyerere.

Sankara prese il potere in Burkina Faso (allora Alto Volta) nel 1983 e consacrò

la sua azione politica alla difesa delle capacità, non solo del suo Paese, ma dell’A-

frica intera di svilupparsi da sola, con le proprie forze e risorse. Fortemente pa-

nafricanista e antimperialista, sostenne che lo sviluppo africano non può non

passare per una completa emancipazione dal colonialismo e dal neocolonialismo

di natura economica. Di fronte alla “crisi del debito”, affrontata da molti Paesi

africani negli anni Ottanta, il Fmi e la Banca mondiale esigevano, secondo lo

schema che conosciamo bene e che ha portato alla rovina tanti Stati, una politica

di rigore e austerità, alla quale Sankara si oppose fermamente dichiarando, nel

suo discorso più famoso, all’Organizzazione dell’Unità africana ad Addis Abeba,

che il suo governo non avrebbe rimborsato il debito estero in quanto questo

avrebbe portato alla morte il Paese, mentre non avrebbe certo portato alla morte

i creditori. Questo suo messaggio è ancora oggi di estrema attualità e tocca uno

dei nodi principali attraverso i quali passa la riscossa dei paesi africani ed il loro

possibile cammino verso una società socialista. Thomas Sankara fu ucciso, come

noto, pochi mesi dopo aver pronunciato questo discorso.

Un altro degli eroi nel gotha africano è Patrice Lumumba, protagonista dell’indi-

pendenza del Congo dal Belgio, sancita il 30 giugno 1960, e Primo Ministro fino

al suo assassinio, avvenuto il 17 gennaio 1961, voluto dal Belgio con la complicità

di Stati Uniti e Gran Bretagna. Il suo agire politico ed il messaggio da lui lasciato

hanno un’impronta fortemente anti colonialista e panafricana: “non è la mia

persona che conta, ma il Congo, il nostro povero popolo – disse Lumumba nel

suo famoso discorso sull’indipendenza nel 1960 – Non siamo soli. L’Africa, l’Asia

ed i popoli liberi e liberati di tutti gli angoli del mondo si troveranno sempre a

fianco dei milioni di congolesi che non cesseranno la lotta se non il giorno in cui

non ci saranno più colonizzatori né mercenari nel nostro Paese”.

Considerato come il padre della Tanzania, Julius Nyerere è un’altra delle figure

emblematiche della riscossa africana. Prima Presidente del Tanganika, ottenuta

l’indipendenza nel 1961 e poi della Tanzania, nata nel 1964 dalla fusione tra

Tanganika e Zanzibar, inaugura una politica dirigista ispirata alle esperienze

comuniste cinesi. Oltre a considerare l’educazione la priorità assoluta per lo svi-

luppo del Paese, cerca di organizzare la produzione agricola, principale settore

economico, attraverso la creazione di villaggi caratterizzati dalla comune prove-

nienza etnica, con il proposito di costituire nuclei sociali giusti, solidali, che trag-

gano dal lavoro collettivo i mezzi per la propria autosufficienza. L’esperimento,

comportando, tra l’altro, lo spostamento forzato e lo sradicamento di tante per-

sone, non ottenne gli esiti sperati. La guerra con l’Uganda di Idi Amin Dada che

aveva attaccato la Tanzania nella regione del lago Vittoria nel 1978, costituì un

altro colpo per il governo di Nyerere che, anche a seguito di questi eventi, modi-

ficò, progressivamente, il proprio programma dirigista, fino a ritirarsi dalla po-

litica nel 1985. Malgrado alcuni insuccessi, sia da parte della società tanzaniana

che della comunità africana, gli si riconosce il merito di avere posto le basi di uno

stato democratico plurietnico.

La figura di Gheddafi ha un altro profilo. Eppure, al netto del carattere auto-

cratico del suo governo, fu un propugnatore del panafricanismo e della riappro-

priazione delle proprie ricchezze da parte dei popoli africani. Grazie alla nazio-

nalizzazione delle imprese petrolifere, in mano alle multinazionali straniere fino

alla sua ascesa al potere ed all’espansione dei pozzi, portò il Pil libico fino a 25

miliardi di dollari nel 1979 e, quello che più conta, il reddito pro capite da 50

dollari nel 1951 ad 8.000 nel 1979. Poté quindi portare avanti, almeno in una

prima fase della sua lunghissima permanenza al potere, una politica attenta alle

questioni sociali e ad avere grandi consensi e proseliti nel mondo africano.

Il Senegal può essere considerato, nel contesto geopolitico attuale, un caso pa-

radigmatico di paese africano incamminatosi, per vie costituzionali, sulla strada

di una trasformazione della società in “senso socialista” o quantomeno scevra da

ingerenze straniere e dal saccheggio sistematico delle proprie risorse naturali.

A differenza di Burkina Faso, Mali e Niger, che stanno percorrendo un cammino

simile di rottura con il passato, di affrancamento da ingerenze esterne e di riap-

propriazione delle proprie risorse naturali, il cambiamento di regime è avvenuto

attraverso elezioni e non con il rovesciamento del precedente governo da parte

di giunte militari.

Il Pastef, il partito attualmente al potere in Senegal, non ha una base ideologica

socialista tradizionale né la propugna, dichiarando esplicitamente nel proprio

atto costitutivo di non volersi rifare ad alcuna delle ideologie storicamente rico-

nosciute, ma è nato nel 2014 e si è sviluppato interpretando un sentimento popo-

lare di protesta nei confronti delle politiche portate avanti dai governi precedenti.

Però, già nel suo nome sono insiti concetti riconducibili a teorie socialiste. In-

fatti, Pastef è l’acronimo di Patrioti africani del Senegal per il lavoro, l’etica e la

fraternità. E nel proprio programma politico al primo posto c’è il benessere del

popolo senegalese, nel suo insieme ed in ogni singolo individuo, da raggiungere

attraverso uno cammino autonomo, in cui lo Stato abbia un ruolo fondamentale

nello sviluppo economico e sociale, nel consolidamento della nazione e nel man-

tenimento della pace e della sicurezza.

Un cammino certamente difficile per la pesante eredità lasciata dal precedente

governo, connotato da una corruzione diffusa a tutti i livelli e da conti pubblici

fuori controllo, con un indebitamento estero destinato soprattutto a finanziare

grandi opere infrastrutturali, perdendo di vista il benessere della popolazione.

Inoltre, il contesto regionale è in rapido cambiamento, offrendo sponde impor-

tanti per politiche innovative ma restando ancorato essenzialmente alla Cedeao,

la Comunità degli stati dell’Africa occidentale che ha sempre sostenuto pro-

grammi di sviluppo confacenti agli interessi delle potenze neocoloniali.

Il Senegal ha sempre avuto un ruolo cruciale all’interno della Cedeao, ma ora ne

è divenuto ancora di più un ago della bilancia.

Il nuovo governo del Presidente Bassirou Diomaye e del Primo Ministro

Ousmane Sonko, ha, come detto, molti tratti in comune con i governi di Mali,

Burkina Faso e Niger, sorti da colpi di Stato militari per mettere fine a governi

corrotti e collusi con potenze straniere, essenzialmente la Francia, per il sac-

cheggio delle proprie risorse naturali. A differenza di questi ultimi tre Paesi, che

hanno dato vita all’ Aes, l’Alleanza degli Stati del Sahel, il Senegal non è uscito

dalla Cedeao. Il ritiro dei Paesi dell’Aes dalla Comunità è divenuto effettivo il 29

gennaio scorso, ma, come dichiarato dalle sue autorità , le porte della Cedeao

restano aperte. Infatti è stato concesso un periodo di grazia di sei mesi per potere

rientrarvi senza troppe formalità ed è stata mantenuta la libera circolazione dei

cittadini dei tre Paesi al suo interno. Anche i beni e servizi provenienti dai tre

Stati continueranno a godere dei benefici previsti dal sistema di liberalizzazione

del commercio della Cedeao.

Il governo senegalese, forte delle sue affinità ideologiche con i governi dei Paesi

dell’Aes, ha provato a svolgere un’attività di mediazione per scongiurarne il ri-

tiro, ma finora senza successo. Troppo grandi sono le divergenze createsi con le

politiche economiche, sociali ed internazionali portate avanti da sempre dalla

Cedeao.

Tra l’altro, una delle regole previste nello statuto della Comunità è che in caso

di colpi di stato militari si debba ritornare all’ordine costituzionale attraverso

elezioni in un lasso di tempo breve, in ogni caso non superiore ai quattro mesi.

Le giunte dei tre paesi dell’Aes, che peraltro continuano a godere dell’appoggio

popolare per le proprie politiche indipendentiste, non hanno potuto e non pos-

sono, oltre a non volerlo, sottostare a tale prescrizione, avendo bisogno di tempo

per consolidare le nuove scelte di politica economica e per ripristinare e mante-

nere coesione sociale ed ordine in Paesi in cui, per diversità etniche e religiose e,

non ultimi, fattori endogeni, tale compito è veramente gravoso.

Rimane però necessario il mantenimento di canali di dialogo tra le due entità

regionali (Cedeao e Aes) anche per regolare questioni pratiche, come la circola-

zione di persone e beni o la presenza di funzionari dei Paesi dell’Aes in seno alle

istituzioni della Cedeao. Non è ancora stabilito un cronogramma delle negozia-

zioni, ma è fuor di dubbio che il Senegal potrà svolgervi un ruolo di mediazione,

considerato che, a differenza degli altri Paesi della Comunità, ha intrapreso un

cammino simile a quello dei tre Paesi “dissidenti” che comunque, proprio per

rimarcare la loro diversità, si sono ritirate anche dall’Organizzazione Internazio-

nale della Francofonia (Oif), accusata di essere divenuta uno strumento politico

teleguidato.

La politica estera, però, non costituisce, in questo momento, una delle inquie-

tudini principali del governo senegalese. Il panorama socio-economico interno,

infatti, presenta notevoli criticità e contraddizioni.

A fronte di numeri macroeconomici tutto sommato positivi e di prospettive in-

coraggianti legate essenzialmente allo sfruttamento appena iniziato delle risorse

di idrocarburi, sta emergendo con forza la debolezza strutturale dell’economia

del Paese, sia nella dimensione pubblica che in quella privata, e della sua situa-

zione finanziaria. Per fare un esempio, solo una società, la Sonatel, figura tra le

prime cento imprese africane per fatturato.

Infatti, nell’anno del nuovo governo (gennaio 2024 – gennaio 2025), l’economia

senegalese è cresciuta, sia pure in forma modesta, ma con un marcato squilibrio

tra i vari settori economici. La crescita del 4% globale è da imputare essenzial-

mente al settore secondario, in cui predominano le attività petrolifere e solo per

l’1% al primario e per lo 0,4% al terziario. Le entrate derivanti dall’imposizione

fiscale su beni e servizi sono invece aumentate del 12,7%. Una tale crescita resta

insufficiente per rispondere alle grandi sfide socioeconomiche con cui deve con-

frontarsi il nuovo governo.

A fronte di un tasso annuo di crescita demografica del 2,8%, il Pil pro-capite au-

menta solo dell’1,1%, causando così un impoverimento complessivo della società

senegalese. A ciò si aggiungono altri due fattori: la crescita economica è dovuta

essenzialmente a settori, come l’industria estrattiva, a preponderanza di capi-

tale sulla mano d’opera, che non generano quindi molti nuovi posti di lavoro;

l’aumento delle entrate fiscali se da un lato beneficia il bilancio statale, dall’altro

comporta una maggiore pressione su imprese e famiglie, con effetti negativi su

consumi, investimenti ed impieghi.

Dopo l’entusiasmo per la vittoria elettorale del Pastef, una volta tramontata l’il-

lusione di un cambiamento repentino delle condizioni di vita della popolazione

– che neanche con una bacchetta magica il nuovo governo avrebbe potuto appor-

tare dopo il massacro dei conti pubblici compiuto dal vecchio governo – ad un

anno di distanza comincia a serpeggiare tra la popolazione un certo malessere.

Si riconosce al nuovo governo il cambio di rotta rispetto alla corruzione impe-

rante nel vecchio governo di Macky Sall ed al suo asservimento agli interessi

stranieri. Molte risorse vengono dedicate a portare alla luce le malefatte del pas-

sato ed a recuperare i fondi trafugati. Però i segnali del malumore sono sempre

più frequenti.

Il movimento cittadino “Y en a marre”, composto essenzialmente da giovani, che

era stato a fianco del Pastef nelle proteste contro l’arresto di Sonko e la candida-

tura incostituzionale di Macky Sall alle elezioni, ora invita ad una mobilitazione

generale contro le autorità per impedire un’amnistia che era stata proprio og-

getto di quelle proteste.

Circa tre mila funzionari pubblici sono stati licenziati in un anno. Il Primo Mi-

nistro ha spiegato che le cause dei licenziamenti sono tutte da ricondurre ai me-

todi di assunzione clientelari del governo precedente ma nondimeno i sindacati

minacciano uno sciopero generale.

Nei mesi scorsi si sono verificati due suicidi di studenti. Soprattutto il secondo,

di poche settimane fa, ha scosso l’opinione pubblica per le sue motivazioni. Il

giovane, nello scritto di addio pubblicato su Facebook, imputava la sua deci-

sione all’isolamento e alla mancanza di sostegno di fronte alla malattia di cui

era affetto. In generale, gli studenti denunciano, oltre al degrado della proposta

pedagogica, anche lo scadimento delle loro condizioni di vita, la mancanza di

sostegno psicologico e, da ultimo, il taglio delle borse di studio, con cui spesso

sostenevano le proprie famiglie. Quest’ultima misura è vissuta come un tradi-

mento da parte delle nuove autorità, per cui si erano battuti in passato.

Ma quel che è più grave è che nelle ultime settimane si aggira a Dakar uno spettro

che incute timore a tutti i Paesi che vogliono acquisire una piena autonomia e

cercare di svilupparsi senza condizionamenti esterni: il Fondo monetario inter-

nazionale!

Purtroppo, come detto, l’eredità del debito pubblico lasciata dal pas-

sato governo è pesante e un recente rapporto, risalente allo scorso febbraio, della

Corte dei Conti ha portato alla luce gravi irregolarità nella gestione del bilancio,

con preoccupanti conseguenze sullo stato delle finanze pubbliche. L’attuale de-

bito pubblico rappresenta, infatti, il 99,67% del Pil ed il deficit di bilancio ri-

calcolato dalla Corte per l’anno 2023 è del 12,3%, contro il 4,9% dichiarato dal

governo di Macky Sall. Inoltre, la Corte ha rilevato un’importante esposizione

finanziaria, ben sette miliardi di dollari, nei confronti del settore privato non

rintracciabile nei documenti ufficiali. A prescindere dalle conseguenze, anche

di natura penale, nei confronti di esponenti del vecchio regime, annunciate – o

meglio minacciate – dal Primo Ministro Ousmane Sonko, tale situazione com-

promette le prospettive di crescita e di sviluppo socioeconomico del Paese.

Lo stesso Sonko ha però dichiarato, con molta enfasi, in un discorso all’Assem-

blea nazionale, che il governo non retrocederà dai suoi programmi e che sarà ne-

cessario uno scatto d’orgoglio da parte di tutti i cittadini senegalesi. È poi tornato

a mettere in discussione il franco cfa: “il fcfa non concorda con la nostra visione.

Se la moneta non verrà cambiata, in accordo con i nostri partner dell’Uemoa

(Unione economica e monetaria dell’Africa Occidentale), noi prenderemo le no-

stre decisioni”. Ancora più esplicita la posizione dell’ala più progressista del Par-

tito: “Non bisogna cedere alla tentazione austeritaria, dobbiamo rifiutare di farci

dettare la nostra politica economica dal Fmi o dalla Banca mondiale”.

Ci sono, è vero, anche segnali incoraggianti. Il 2024 ha segnato un cambiamento

importante nell’interscambio commerciale del Senegal. La Francia non è più

il principale fornitore del Paese, soppiantata dalla Cina, le cui esportazioni in

Senegal sono aumentate dell’8,3%, raggiungendo il valore complessivo di 1,3

miliardi di euro, mentre quello della Francia è caduto a 1,1 miliardi. Le importa-

zioni dalla Cina riguardano essenzialmente manufatti, prodotti elettronici, mac-

chinari industriali e materiali di costruzione. Inoltre la Cina ha realizzato grandi

investimenti nelle infrastrutture, soprattutto nei trasporti.

Il terzo partner commerciale del Senegal è la Russia. Non a caso, proprio in

questi giorni le autorità senegalesi hanno ripreso i colloqui per l’adesione ai

Brics+

Che le cose si muovano in questo senso un po’ in tutta la regione è testimoniato

anche dal recente incontro a Mosca, ad inizio aprile, tra Lavrov ed i ministri degli

esteri dei tre Paesi dell’Aes, per rafforzare il partenariato non solo commerciale.

Malgrado questi segnali positivi, le dichiarazioni e le prese di posizione poli-

tiche, però, non sarà possibile per il governo senegalese sottrarsi alle negozia-

zioni con il Fmi. Il fragile quadro macroeconomico attuale non consente alle

autorità senegalesi di giocare la partita alla pari. La speranza e la volontà politica

è di arrivare, nel corso di qualche anno, avvalendosi delle nuove risorse che il set-

tore petrolifero dovrebbe apportare, ad un risanamento dei conti pubblici, senza

che questo sforzo deteriori un quadro sociale che, come abbiamo visto, è già in

fibrillazione ed in attesa di un miglioramento delle proprie condizioni di vita.